TORINO, 21 GIU - Nasce in Alta Valle di Susa, tra le montagne che ospiteranno le Olimpiadi invernali del prossimo anno, il primo supermercato ecologico: riduce gli scarti dovuti agli imballaggi, vendendo molti prodotti sfusi come nelle antiche botteghe dello speziale, e fa risparmiare il consumatore. Il primo ''Ecopoint'' d' Italia si trova a Ulzio ed appartiene al Crai, la cooperativa di distribuzione che conta circa 3 mila punti vendita nel nostro Paese. Per offrire ai clienti la spesa sfusa, il supermercato si e' dotato di uno strano ''giocattolo'', lungo 5 metri e alto 3, pieno di leve che erogano i vari prodotti alimentari, permettendo al consumatore di acquistare solo la quantita' desiderata. Gli erogatori sono in policarbonato trasparente, idonei al contatto con gli alimenti, inalterabili nel tempo e resistenti ai raggi Uva per mantenere fragranza e freschezza. Come contenitori vi sono sacchetti di carta o di plastica biodegradabile, smaltibili senza impatto ambientale. Alla riduzione di sprechi e di packaging si aggiunge il risparmio economico per il consumatore: privata della tradizionale confezione a perdere, la merce puo' costare fra il 10% e il 20% in meno.
Il supermercato, situato nell'ambito di un Centro commerciale, e' il capofila degli 11 punti ecologici che Crai aprira' nel 2005 in Italia. E' posto in una posizione baricentrica rispetto alle localita' turistiche delle valli montane circostanti… Tappa obbligata che consente di sensibilizzare migliaia di clienti, soprattutto nei fine settimana, durante le festivita' e le ferie. Presenze che si decuplicheranno quando nel febbraio del prossimo anno si svolgeranno le gare olimpiche. ''Vogliamo proporre - dicono al Crai – un nuovo modo di fare la spesa nel rispetto dell'ambiente''. Si e' cosi' scelto di applicare il progetto ''Distribuzione compatibile'', studiato dalla Fondazione Plef (Planet life economy foundation) che mette insieme imprenditori, manager, docenti universitari e professionisti tutti impegnati a diffondere un atteggiamento eco-compatibile con l' applicazione di metodi per ridurre gli sprechi energetici e di materiali. All' Ecopoint di Ulzio si potranno acquistare sfusi prodotti che oggi esistono solo confezionati, quali caffe', cereali, pasta, riso, caramelle, legumi, spezie, frutta secca. Si ridurranno gli imballaggi a perdere che in Italia oggi costituiscono una montagna di 11 milioni di tonnellate all'anno in gran parte destinate a trasformarsi in rifiuti.
(ANSA 21/6/2005).
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Se solo il 6% degli edifici fosse coperto di piante, la temperatura estiva si ridurrebbe di un paio di gradi.
…Ecologia, estetica, economia: sono almeno tre i buoni motivi per una scelta di "arredo" urbano sempre più radicata nelle metropoli canadesi, prima di tutte, appunto, Vancouver. Un esempio seguito in tutto il mondo, Italia inclusa. Se i primi a pensare di foderare il tetto con un manto erboso furono i vichinghi ottocento anni fa…oggi anche molte città europee e americane stanno riscoprendo il gusto dei tetti verdi.
…Non si tratta solo di una moda. Avere sugli edifici terrazze e tetti allestiti come piccoli parchi significa infatti migliorare la coibentazione, facilitare lo smaltimento delle acque piovane, godere di filtri naturali che contribuiscono a diminuire l’inquinamento acustico e atmosferico oltre a far risparmiare energia, immettendo quindi meno anidride carbonica nell’atmosfera…
(G. Salari sul supplemento D-La Repubblica delle Donne di Repubblica del 2/4/2005)
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…il "carburante del futuro": il biodiesel. Una soluzione naturale in tutti i sensi, visto che si tratta di una pianta, la colza, e dell’olio che da essa si ricava, anche se in realtà si potrebbe ricavare da tutte le piante cosiddette oleaginose (girasole, soia etc.).
Sembra una scoperta epocale, ma non lo è…Se andiamo indietro, al tardo medioevo, scopriamo che l’olio di colza, in molte città nord europee, alimentava l’illuminazione pubblica nelle strade, mentre durante la seconda guerra mondiale è servito per far andare i meno civili motori delle navi da guerra. Anche se i maggiori produttori di colza sono Pakistan, India e Cina, il biodiesel è una realtà soprattutto nei paesi occidentali...
Il biodiesel è in commercio in Francia, Germania (sulle autostrade tedesche si trova regolarmente ai distributori), Austria, Svizzera e Stati uniti. L’Italia, invece, resta gasolio-dipendente. Su richiesta del governo italiano (proposta di decisione del Consiglio inviata il 23 aprile 2001) l’Unione europea ha approvato una disposizione che ammette una tassa ridotta sul biodiesel soltanto se viene miscelato al gasolio.
…Tradotto in italiano corrente, vuol dire che per poter usare il biodiesel allo stato puro si deve pagare una tassa sui carburanti pari a 0,413 euro a litro. Così il prezzo diventa proibitivo.
Non finisce qui: in questo modo i piccoli produttori italiani di biocarburante, che non dispongono delle tecnologie necessarie per miscelare biodiesel e gasolio, sono tagliati fuori dal mercato e costretti a vendere l’intera produzione a grandi raffinerie…Altro che ecoincentivi.
Il biodiesel non contribuisce all’effetto serra…riduce le emissioni di monossido di carbonio del 35 per cento e di idrocarburi emessi nell’atmosfera del 20 per cento; non produce una sostanza altamente inquinante, il biossido di zolfo, e non contiene cancerogeni come il benzene.
…uno dei pochi discount che ha sui suoi scaffali l’olio di colza, il tedesco Lidl (che costa dai 45 ai 60 centesimi al litro) è stato preso d’assalto da quelli che, stando alla lettera della legge, sarebbero evasori fiscali…
Monsano è un piccolo paese delle Marche, circa 2700 abitanti. Spiega Mauro Tommassoni, assessore al territorio, trasporti, ambiente e agricoltura del comune: "Posso dire che siamo stati il primo paese in Italia a far uso del biodiesel. Da quattro anni una decina d’automezzi del nostro comune, tra mezzi da lavoro e autovetture, vanno a biodiesel puro, olio di colza al 100 per cento, che acquistiamo dalla Fox Petroli di Pesaro, e le nostre vetture non hanno mai avuto problemi al motore".
I primi a parlare di biodiesel sono stati Beppe Grillo e Jacopo Fo. Il comico genovese ha inviato di recente una lettera al ministro ell’economia Siniscalco, nella quale spiega cosa sia il biodiesel e chiede perché in Italia non sia possibile usarlo. Su Cacaonline, il sito di Jacopo Fo, è dal 2000 che si parla dell’olio di colza…
Sono molti i newsgroup e i blog che danno e forniscono esempi pratici su come sia possibile usare il biodiesel. Su www.vaol.it, il portale di Valtellina e Valchiavenna, i contatti aumentano, e in più si può partecipare al sondaggio sulla legalizzazione dei combustibili vegetali…
(Eleonora Formisani sul settimanale Carta n.18/2005)
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La scoperta dell’acqua calda. Lavatrici che risparmiano energia non riscaldando l’acqua con l’elettricità ma prendendola già calda.
…Oggi, il mercato si diverte a ignorare prodotti che riducono i consumi: è il caso delle lavatrici a doppia elettrovalvola e di quelle a ultrasuoni…Nel nostro paese esistono e si costruiscono da sempre lavatrici che hanno il doppio ingresso dell’alimentazione idrica, uno per l’acqua calda e uno per l’acqua fredda, ma non si trovano in vendita.. Sono definite di classe AA. In questo tipo di lavatrici si può immettere l’acqua calda, quando il ciclo lo richiede, direttamente dall’impianto termico-sanitario. Scaldare l’acqua dal gas, tanto più se si possiedono pannelli solari, riduce il consumo di energia elettrica. Per questo, in Emilia Romagna si è costituito un gruppo di acquisto, coordinato da Alessandro Pullini (tel.0547346326), che raccoglie le richieste di lavatrici a doppia elettrovalvola. La Smeg di Reggio Emilia, che esporta quelle lavatrici in Gran Bretagna…si è impegnata a soddisfare le richieste del gruppo di acquisto.
(Gianluca Carmosino sul settimanale Carta n.31/2005)
MC
sabato 10 ottobre 2009
Gioco
Nino non aver paura
di sbagliare un calcio di rigore
non è mica da questi particolari
che si giudica un giocatore
un giocatore lo vedi dal coraggio
dall’altruismo
e dalla fantasia…
(Francesco De Gregori, "La leva calcistica della classe ‘68")
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Dal 13 al 15 maggio, il cuore di Mantova – terra di Virgilio e dei Gonzaga, di Nuvolari e dei martiri di Belfiore – ha ospitato LudicaMente, la Fiera del Gioco non Tecnologico (www.ludicamente-mantova.it). Bambini di ieri e di oggi hanno ritrovato giochi dimenticati. Mediatori culturali provenienti dal Senegal, dallo Sri Lanka e dalla Tunisia hanno "tradotto" i giochi dei loro paesi…Un successo per l’associazione di giovani promotori, convinti, come lo storico olandese Johan Huizinga, che il gioco sia il motore dell’attività umana e stimoli il meglio dell’attività.
"Il bambino non sta più per strada – dice Novella Calvi, presidente dell’associazione – si avvicina ai coetanei con meno naturalezza. Circondato da giocattoli elaborati e costosi, spesso non si rende conto che il suo modo di giocare non è l’unico al mondo e che ci si può divertire con poco. Per imitare Schumacher, basta, invece, qualche tappino che serva da bolide, una pista di cartone e un po’ di fantasia". Anche per lo S-ciancol (la Lippa) non servono strumenti costosi, ma un pezzo di legno cilindrico, un manico di scopa e uno spazio dove non ci siano vetri da demolire. La Lippa risale all’Impero romano. A Roma si chiama Nizza, in molte parti del mondo prende altri nomi, come hanno dimostrato gli ospiti delle "culture altre". Due gessetti e un sassolino bastano per giocare a Campana, ma sulle regole si sono accese discussioni vivaci…
Grande afflusso al premio dei tappini in corsa, alla pista delle biglie nella sabbia, al salto della corda. Emozioni inedite per i bambini cresciuti a snack e playstation, subitamente stufi di giocattoli sofisticati, qui invece entusiasti e mai stanchi.
"Abbiamo impostato tutto sulla fantasia, sui materiali poveri e sulla comunicazione fra persone – dice ancora Calvi – ma non siamo contro la tecnologia, piuttosto contro il suo uso autistico…"
(Geraldina Colotti su Alias, supplemento settimanale del Manifesto)
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Ha rincorso la tecnologia e la moda, si è munita di telecomando e di chip, ha scoperto la consolle, si è lanciata su Internet…Ma non ce l’ha fatta. La Lego, storica casa di giocattoli, produttrice dei mattoncini di plastica più famosi del mondo, attraversa la crisi più grave dei suoi 73 anni di storia…
L’azienda nacque a Billund, in Danimarca, fondata da Oleg Kirk Christiansen, un falegname. Negli anni 40 inizia la produzione di mattoncini…Un successo che sembra non poter tramontare. Nascono i parchi a tema, i Legoland…Il parco di Billund è fatto con 45 milioni di pezzi.
…Ora la notizia della crisi e della vendita dei Legoland. La guerra dei giocattoli si fa dura. Ma fra tante incertezze per ora l’unica cosa certa rimane il mattoncino. L’intramontabile mattoncino sempre uguale a se stesso, semplice ed universale, sembra che continui ad essere lui, tra i prodotti Lego, il più resistente al declino.
(Marina Cavallieri su La Repubblica)
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Io non vinco tu non perdi. E’ il titolo del kit davvero speciale per promuovere l’educazione alla pace e la gestione dei conflitti tra ragazzi (6-18 anni), elaborato dal Centro psicopedagogico per la pace di Piacenza e diffuso dal Comitato Italiano per l’Unicef. Il testo, che si rivolge a insegnanti e educatori, contiene letture, casi studio, laboratori, attività didattiche, bibliografia, filmografia e indirizzi internet.
(Tel. 06 478091, www.unicef.it)
(Sul settimanale "Carta" n.13/2005)
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Hanno cominciato con il gioco del "se fosse" e concluso con la spiegazione di cos’è un videogame. Ma il momento più animato della festa promossa dagli operatori della cooperativa sociale Itaca di Pordenone, è stato sicuramente la gara tra trottole di legno. Protagonisti della festa sono stati i bambini della scuola elementare De Amicis e gli anziani di alcuni centri diurni di Pordenone, che erano stati coinvolti in questo allegro gemellaggio. Le cui parole d’ordine erano condivisione e confronto. "Verificando quanto realizzato nel corso del primo anno – spiegano le educatrici di Itaca che hanno lavorato al progetto – possiamo dire che siamo riusciti nel nostro intento di creare un gruppo di anziani capace di condividere e confrontarsi sui temi proposti, lasciando a ciascuno il proprio spazio per raccontarsi ed esprimersi. Siamo soddisfatti perché anziani e bambini hanno stretto un buon rapporto". Gli incontri si sono svolti presso i centri diurni e nelle aule della scuola elementare.
(f.dellapietra@itaca.coopsoc.it , sul settimanale "Carta" n.25/2005)
MC
di sbagliare un calcio di rigore
non è mica da questi particolari
che si giudica un giocatore
un giocatore lo vedi dal coraggio
dall’altruismo
e dalla fantasia…
(Francesco De Gregori, "La leva calcistica della classe ‘68")
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Dal 13 al 15 maggio, il cuore di Mantova – terra di Virgilio e dei Gonzaga, di Nuvolari e dei martiri di Belfiore – ha ospitato LudicaMente, la Fiera del Gioco non Tecnologico (www.ludicamente-mantova.it). Bambini di ieri e di oggi hanno ritrovato giochi dimenticati. Mediatori culturali provenienti dal Senegal, dallo Sri Lanka e dalla Tunisia hanno "tradotto" i giochi dei loro paesi…Un successo per l’associazione di giovani promotori, convinti, come lo storico olandese Johan Huizinga, che il gioco sia il motore dell’attività umana e stimoli il meglio dell’attività.
"Il bambino non sta più per strada – dice Novella Calvi, presidente dell’associazione – si avvicina ai coetanei con meno naturalezza. Circondato da giocattoli elaborati e costosi, spesso non si rende conto che il suo modo di giocare non è l’unico al mondo e che ci si può divertire con poco. Per imitare Schumacher, basta, invece, qualche tappino che serva da bolide, una pista di cartone e un po’ di fantasia". Anche per lo S-ciancol (la Lippa) non servono strumenti costosi, ma un pezzo di legno cilindrico, un manico di scopa e uno spazio dove non ci siano vetri da demolire. La Lippa risale all’Impero romano. A Roma si chiama Nizza, in molte parti del mondo prende altri nomi, come hanno dimostrato gli ospiti delle "culture altre". Due gessetti e un sassolino bastano per giocare a Campana, ma sulle regole si sono accese discussioni vivaci…
Grande afflusso al premio dei tappini in corsa, alla pista delle biglie nella sabbia, al salto della corda. Emozioni inedite per i bambini cresciuti a snack e playstation, subitamente stufi di giocattoli sofisticati, qui invece entusiasti e mai stanchi.
"Abbiamo impostato tutto sulla fantasia, sui materiali poveri e sulla comunicazione fra persone – dice ancora Calvi – ma non siamo contro la tecnologia, piuttosto contro il suo uso autistico…"
(Geraldina Colotti su Alias, supplemento settimanale del Manifesto)
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Ha rincorso la tecnologia e la moda, si è munita di telecomando e di chip, ha scoperto la consolle, si è lanciata su Internet…Ma non ce l’ha fatta. La Lego, storica casa di giocattoli, produttrice dei mattoncini di plastica più famosi del mondo, attraversa la crisi più grave dei suoi 73 anni di storia…
L’azienda nacque a Billund, in Danimarca, fondata da Oleg Kirk Christiansen, un falegname. Negli anni 40 inizia la produzione di mattoncini…Un successo che sembra non poter tramontare. Nascono i parchi a tema, i Legoland…Il parco di Billund è fatto con 45 milioni di pezzi.
…Ora la notizia della crisi e della vendita dei Legoland. La guerra dei giocattoli si fa dura. Ma fra tante incertezze per ora l’unica cosa certa rimane il mattoncino. L’intramontabile mattoncino sempre uguale a se stesso, semplice ed universale, sembra che continui ad essere lui, tra i prodotti Lego, il più resistente al declino.
(Marina Cavallieri su La Repubblica)
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Io non vinco tu non perdi. E’ il titolo del kit davvero speciale per promuovere l’educazione alla pace e la gestione dei conflitti tra ragazzi (6-18 anni), elaborato dal Centro psicopedagogico per la pace di Piacenza e diffuso dal Comitato Italiano per l’Unicef. Il testo, che si rivolge a insegnanti e educatori, contiene letture, casi studio, laboratori, attività didattiche, bibliografia, filmografia e indirizzi internet.
(Tel. 06 478091, www.unicef.it)
(Sul settimanale "Carta" n.13/2005)
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Hanno cominciato con il gioco del "se fosse" e concluso con la spiegazione di cos’è un videogame. Ma il momento più animato della festa promossa dagli operatori della cooperativa sociale Itaca di Pordenone, è stato sicuramente la gara tra trottole di legno. Protagonisti della festa sono stati i bambini della scuola elementare De Amicis e gli anziani di alcuni centri diurni di Pordenone, che erano stati coinvolti in questo allegro gemellaggio. Le cui parole d’ordine erano condivisione e confronto. "Verificando quanto realizzato nel corso del primo anno – spiegano le educatrici di Itaca che hanno lavorato al progetto – possiamo dire che siamo riusciti nel nostro intento di creare un gruppo di anziani capace di condividere e confrontarsi sui temi proposti, lasciando a ciascuno il proprio spazio per raccontarsi ed esprimersi. Siamo soddisfatti perché anziani e bambini hanno stretto un buon rapporto". Gli incontri si sono svolti presso i centri diurni e nelle aule della scuola elementare.
(f.dellapietra@itaca.coopsoc.it , sul settimanale "Carta" n.25/2005)
MC
Fabbrica
Francesco Novara nasce a Torino nel 1923. Subito dopo la guerra si laurea in medicina con specializzazione in psicologia all’università di Torino e comincia ad operare come psicologo nei centri di medicina del lavoro. Nel 1955 inizia a collaborare con l’Olivetti, dove alcuni anni prima Cesare Musatti aveva fondato il centro di psicologia…Un’esperienza sviluppatasi al fianco di colleghi e intellettuali eccellenti (Cesare Musatti e Paolo Volponi fra tutti) continuamente stimolati da quell’uomo e imprenditore unico nel panorama italiano che fu Adriano Olivetti.…L’abbiamo incontrato all’Università di Urbino durante un suo seminario per il Master "Lavorare nel non profit"…
…Cosa caratterizzava quel modello produttivo definito "capitalismo umanitario"?
Ciò che caratterizzava quella che fu un’utopia realizzata consiste nell’unico modo non distruttivo in cui si possa concepire l’impresa: l’impresa al servizio della società e della comunità, a partire da quella in cui opera…Adriano Olivetti concepiva l’impresa come sistema aperto al suo ambiente. Anche fisicamente: a chi trascorreva in fabbrica la lunga giornata di lavoro le vaste pareti di vetro consentivano la visibilità vivificante del paesaggio. Si accordavano funzionalità ed estetica, efficienza e utile sociale…alla città-fabbrica vallettiana, dove l’interesse del capitale faceva premio su tutto e ovviamente l’uomo non era fine ma mezzo, Adriano opponeva l’azienda "a misura d’uomo" nella quale- sono parole sue – "la fabbrica è per l’uomo, non l’uomo per la fabbrica". Nel dopoguerra, Olivetti editore aveva aperto all’Italia gli orizzonti delle scienze sociali (che erano rimaste estranee alla dominante cultura idealistica e positivistica) e le aveva messe in rapporto con la tecnica e l’organizzazione. Inoltre, con architetti e urbanisti aveva elaborato piani regolatori e affrontati i problemi di uno "sviluppo urbano umano".
…i lavoratori non erano trattati come numeri anonimi di una massa indifferenziata, ma seguiti individualmente – rispettando la loro dignità di persone – nell’itinerario lavorativo. I servizi del personale Olivetti furono gli unici – si può asserirlo con certezza – che svolsero il compito di interessarsi assiduamente alle condizioni e ai percorsi dei singoli lavoratori. Si investiva molto nella formazione per consentire la più ampia mobilità professionale, per ridurre le differenze di origine sociale, per realizzare un’omogeneità culturale. Tutti i capisquadra e molti dei capi reparto erano stati prima operai. La selezione dei laureati cercava…persone con spirito libero e critico (qualunque fosse l’orientamento politico), ampiezza d’interessi, sensibilità sociale: immuni quindi da conformismo, opportunismo, carrierismo individualistico. Le trasformazioni dell’organizzazione del lavoro, conferendo agli operai la conoscenza della tecnologia di base e l’esperienza delle fasi del ciclo di lavorazione, consentivano di veder il prodotto finito e quindi di svolgere un lavoro a senso compiuto. Si controllava non solo la qualità dei prodotti ma quella della vita lavorativa, che della prima era condizione…
(Jacopo Emiliano Cherchi su Il Manifesto del 15/1/2005)
Con i nuovi assetti societari orientati alla costruzione dell’impresa globale, si compie una lunga parabola del gruppo Marzotto, che giunge al punto esattamente opposto dal quale era partito. Dalla territorialità come componente organica della produzione alla deterritorializzazione, dall’impresa produttiva che ingloba nella sua logica anche la vita dei dipendenti, alla finanza del manager che rifiuta ogni responsabilità sociale. Il percorso ha inizio nel 1836, quando a Valdagno, piccolo borgo veneto sotto la dominazione degli Asburgo, nasce il Lanificio Luigi Marzotto e figli. Il primo passaggio cruciale si compie un secolo dopo, negli anni 20-30 del Novecento, quando Gaetano Marzotto, in concomitanza con una pesante ristrutturazione, dà vita alla "Città sociale", o "Valdagno nuova", o "Città dell’Armonia". Un modello produttivo-sociale-urbanistico dettato dal capitalista padre-padrone, dentro il quale l’operaio e la sua famiglia devono compiere il ciclo intero della vita. Una modalità sociale della cancellazione del conflitto e della dominazione del capitale. Fino al ’68, quando l’abbattimento della statua del conte Gaetano da parte degli operai simboleggia il recupero della dignità e dell’autonomia del lavoro. Poi, con l’avvento di Pietro, la fase dell’internazionalizzazione e delle acquisizioni…Quindi ristrutturazioni e delocalizzazioni…Se la "missione" è "creare valore per gli azionisti", i lavoratori e il territorio non contano, sono solo un fardello. E se l’Italia pesa sempre meno nel fatturato del gruppo, Valdagno è ormai è solo un punto nella mappa del mondo Marzotto…
(a cura dell’associazione "articolouno" sul Manifesto del 3/6/2005)
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"Il Veneto ricco e prospero – mi dice Luciano Righi, studioso del territorio, che è stato parlamentare Dc e assessore al lavoro della regione – nasce da chi si è messo in proprio lavorando duramente…Eravamo una regione povera, con altissimi tassi di emigrazione, e siamo diventati ricchi"… Qui alcune grandi imprese, come la vecchia Pellizzari e anche la Marzotto, hanno fatto da incubatrici di competenze e cultura industriale…Il problema è l’assenza di una politica per la piccola impresa, capace di indirizzarne la crescita e lo spontaneismo vorace, come risultante del culto del fai da te e dell’antistatalismo sfrenato della Lega.
Assente una politica per la difesa del territorio e la tutela dell’ambiente, con effetti devastanti sul traffico e il movimento delle merci, e con elevatissimi costi economici e sociali: Vicenza nel mese di marzo aveva battuto tutti i record nazionali d’inquinamento. Assente una politica per la formazione e la ricerca. Si sa che il livello di scolarizzazione nel Veneto è basso, forse non si sa che la spesa regionale per la ricerca è vicina allo zero: 0,6% sul Pil, molto al di sotto della già evanescente spesa nazionale.
…Per dirla in breve, al di là dell’immagine accreditata dai media, questo è un modello culturalmente arretrato e non innovativo. E ciò spiega la vastità e la profondità della crisi…Nel momento in cui si aprono i mercati il Nord Est, avendo puntato tutto sulla compressione del fattore lavoro, si trova spiazzato e fuori schema. Non è in grado di competere nell’high tech con le aree più avanzate d’Europa, ma non può neanche sostenere l’urto di Cina e India sul terreno del costo del lavoro. E allora si va all’estero, a Timisoara o a Samorin: una fuga, un ripiegamento verso l’arretratezza…Pensieri vecchi, e vecchie strade…
(Paolo Ciofi sul Manifesto del 3/6/2005)
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…La dinamica della crisi Fiat, o meglio la sua gestione da parte della Gm ha molte assonanze con altre vicende. Penso a come la multinazionale Usa ha lasciato logorare la sudcoreana Daewoo, fino all’esplosione per poi scegliersi solo i bocconi a cui era interessata e buttare il resto nella pattumiera…
…è necessario un intervento pubblico, non nella direzione già vista, in cui lo stato si fa carico dei debiti della Fiat: i debiti se li deve accollare il Lingotto, perché la Fiat non è solo auto. Penso anche a un ingresso nella proprietà, finalizzato a un nuovo vero piano industriale…
(Gianni Rinaldini, segretario Fiom, su Il Manifesto del 3/2/2005)
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Certe volte vorresti che la storia non ti desse davvero ragione…La storia invece è cinica e con il lungo elenco di dipendenti morti per i fumi respirati nella Goodyear di Latina ha dato ragione ad Agostino Campagna, che oggi più di tutti si batte perché il tribunale riconosca le responsabilità dei dirigenti che hanno gestito e chiuso l’azienda. Fino ad ora le persone coinvolte sono 62, 43 i morti e 19 i malati…
Il posto dell’anima è la storia spiccicata della chiusura e delle morti alla Goodyear, solo trasferita nel paesino abruzzese di San Sebastiano, dove l’operaio Agostino e il regista Milani si sono conosciuti…Racconta di una fabbrica che avvelena i suoi operai per anni e alla fine chiude per spostare la produzione all’estero e di dipendenti che la contestano ma le sono affezionati, che come Campagna la chiamano "mamma Goodyear" e inseguono in America gli ex dirigenti – diventati per metà irreperibili, alla faccia dell’aplomb da industriali moderni – per inchiodarli alle proprie responsabilità.
"L’industria della gomma è compresa…tra le lavorazioni cancerogene sin dal 1982", si legge nella relazione consegnata al giudice dai periti. Dai primi anni ’80, dunque, i dirigenti della Goodyear avrebbero dovuto fare qualcosa per limitare i rischi a cui esponevano i propri dipendenti. E invece fino alla chiusura controlli e interventi sono stati scientificamente evitati. Tanto che ora i presidenti e direttori di produzione che si sono avvicendati dal 1974 al 2001 sono tutti accusati di omicidio colposo e lesioni gravi e gravissime…
Il processo contro i dirigenti della Goodyear doveva iniziare lo scorso 26 gennaio, poi con lo sciopero dei penalisti è stato tutto rimandato a maggio.
(Sara Menafra su Il Manifesto del 3/2/2005)
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L’America latina sta tornando ad essere un laboratorio sociale…il collasso dell’economia argentina e la conseguente esplosione sociale del dicembre 2001 sono stati elementi fondamentali. L’Argentina dei miracoli, allievo prediletto del Fmi, crollava portando la sua popolazione alla miseria. Il modello economico neoliberista, iniziato con Videla nel 1976 e continuato con i successivi governi democratici, era fallito in modo catastrofico…
Già nel 2000 il fallimento di alcune fabbriche si trasformò in occasione di lotta. Gli operai, disperati, non erano più disposti a entrare nella massa anonima dei disoccupati e alcuni cominciarono ad occupare le industrie dismesse. La prima fabbrica recuperata fu la Gipmetal di Avellaneda e in questa esperienza nacque il Movimiento Nacional de Fabricas Recuperadas (Mnfrt). Lo stabilimento, chiuso per fallimento, è stato occupato da 54 operai che hanno formato una cooperativa. Si producevano tubi di rame e di latta. Oggi la fabbrica espropriata lavora a buon ritmo, ha assunto altri 30 operai e gli stipendi sono aumentati.
Il 18 dicembre del 2001, un giorno prima che in Argentina scoppiasse la sollevazione popolare che ha riempito le piazze, distrutto le banche, occupato il Congresso e cacciato via il presidente Fernando de la Rua, gli operai della Brukman hanno occupato la loro fabbrica. Oggi questa industria tessile recuperata e in mano agli operai, resta l’emblema della lotta operaia. Dopo il 2002, l’occupazione delle fabbriche si diffuse in tutto il paese…
L’esperienza del Mnfrt è riuscita a strappare alcune importanti modifiche legislative, non ultima la riforma della legge che regola il fallimento. Ora non è più necessario occupare. La legge considera che il fallimento riguarda l’amministrazione dell’azienda mentre la fabbrica è un bene sociale e gli operai, se sono in grado di organizzarsi, possono proporre al magistrato di continuare con la produzione. Le macchine sono espropriate dall’autorità governativa e affidate a cooperative per proseguire l’attività.
Oggi, le fabbriche che formano il Movimento sono diventate 80, di cui 65 sono produttive…
(Claudio Tognonato su Il Manifesto dell’1/2/2005)
MC
…Cosa caratterizzava quel modello produttivo definito "capitalismo umanitario"?
Ciò che caratterizzava quella che fu un’utopia realizzata consiste nell’unico modo non distruttivo in cui si possa concepire l’impresa: l’impresa al servizio della società e della comunità, a partire da quella in cui opera…Adriano Olivetti concepiva l’impresa come sistema aperto al suo ambiente. Anche fisicamente: a chi trascorreva in fabbrica la lunga giornata di lavoro le vaste pareti di vetro consentivano la visibilità vivificante del paesaggio. Si accordavano funzionalità ed estetica, efficienza e utile sociale…alla città-fabbrica vallettiana, dove l’interesse del capitale faceva premio su tutto e ovviamente l’uomo non era fine ma mezzo, Adriano opponeva l’azienda "a misura d’uomo" nella quale- sono parole sue – "la fabbrica è per l’uomo, non l’uomo per la fabbrica". Nel dopoguerra, Olivetti editore aveva aperto all’Italia gli orizzonti delle scienze sociali (che erano rimaste estranee alla dominante cultura idealistica e positivistica) e le aveva messe in rapporto con la tecnica e l’organizzazione. Inoltre, con architetti e urbanisti aveva elaborato piani regolatori e affrontati i problemi di uno "sviluppo urbano umano".
…i lavoratori non erano trattati come numeri anonimi di una massa indifferenziata, ma seguiti individualmente – rispettando la loro dignità di persone – nell’itinerario lavorativo. I servizi del personale Olivetti furono gli unici – si può asserirlo con certezza – che svolsero il compito di interessarsi assiduamente alle condizioni e ai percorsi dei singoli lavoratori. Si investiva molto nella formazione per consentire la più ampia mobilità professionale, per ridurre le differenze di origine sociale, per realizzare un’omogeneità culturale. Tutti i capisquadra e molti dei capi reparto erano stati prima operai. La selezione dei laureati cercava…persone con spirito libero e critico (qualunque fosse l’orientamento politico), ampiezza d’interessi, sensibilità sociale: immuni quindi da conformismo, opportunismo, carrierismo individualistico. Le trasformazioni dell’organizzazione del lavoro, conferendo agli operai la conoscenza della tecnologia di base e l’esperienza delle fasi del ciclo di lavorazione, consentivano di veder il prodotto finito e quindi di svolgere un lavoro a senso compiuto. Si controllava non solo la qualità dei prodotti ma quella della vita lavorativa, che della prima era condizione…
(Jacopo Emiliano Cherchi su Il Manifesto del 15/1/2005)
Con i nuovi assetti societari orientati alla costruzione dell’impresa globale, si compie una lunga parabola del gruppo Marzotto, che giunge al punto esattamente opposto dal quale era partito. Dalla territorialità come componente organica della produzione alla deterritorializzazione, dall’impresa produttiva che ingloba nella sua logica anche la vita dei dipendenti, alla finanza del manager che rifiuta ogni responsabilità sociale. Il percorso ha inizio nel 1836, quando a Valdagno, piccolo borgo veneto sotto la dominazione degli Asburgo, nasce il Lanificio Luigi Marzotto e figli. Il primo passaggio cruciale si compie un secolo dopo, negli anni 20-30 del Novecento, quando Gaetano Marzotto, in concomitanza con una pesante ristrutturazione, dà vita alla "Città sociale", o "Valdagno nuova", o "Città dell’Armonia". Un modello produttivo-sociale-urbanistico dettato dal capitalista padre-padrone, dentro il quale l’operaio e la sua famiglia devono compiere il ciclo intero della vita. Una modalità sociale della cancellazione del conflitto e della dominazione del capitale. Fino al ’68, quando l’abbattimento della statua del conte Gaetano da parte degli operai simboleggia il recupero della dignità e dell’autonomia del lavoro. Poi, con l’avvento di Pietro, la fase dell’internazionalizzazione e delle acquisizioni…Quindi ristrutturazioni e delocalizzazioni…Se la "missione" è "creare valore per gli azionisti", i lavoratori e il territorio non contano, sono solo un fardello. E se l’Italia pesa sempre meno nel fatturato del gruppo, Valdagno è ormai è solo un punto nella mappa del mondo Marzotto…
(a cura dell’associazione "articolouno" sul Manifesto del 3/6/2005)
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"Il Veneto ricco e prospero – mi dice Luciano Righi, studioso del territorio, che è stato parlamentare Dc e assessore al lavoro della regione – nasce da chi si è messo in proprio lavorando duramente…Eravamo una regione povera, con altissimi tassi di emigrazione, e siamo diventati ricchi"… Qui alcune grandi imprese, come la vecchia Pellizzari e anche la Marzotto, hanno fatto da incubatrici di competenze e cultura industriale…Il problema è l’assenza di una politica per la piccola impresa, capace di indirizzarne la crescita e lo spontaneismo vorace, come risultante del culto del fai da te e dell’antistatalismo sfrenato della Lega.
Assente una politica per la difesa del territorio e la tutela dell’ambiente, con effetti devastanti sul traffico e il movimento delle merci, e con elevatissimi costi economici e sociali: Vicenza nel mese di marzo aveva battuto tutti i record nazionali d’inquinamento. Assente una politica per la formazione e la ricerca. Si sa che il livello di scolarizzazione nel Veneto è basso, forse non si sa che la spesa regionale per la ricerca è vicina allo zero: 0,6% sul Pil, molto al di sotto della già evanescente spesa nazionale.
…Per dirla in breve, al di là dell’immagine accreditata dai media, questo è un modello culturalmente arretrato e non innovativo. E ciò spiega la vastità e la profondità della crisi…Nel momento in cui si aprono i mercati il Nord Est, avendo puntato tutto sulla compressione del fattore lavoro, si trova spiazzato e fuori schema. Non è in grado di competere nell’high tech con le aree più avanzate d’Europa, ma non può neanche sostenere l’urto di Cina e India sul terreno del costo del lavoro. E allora si va all’estero, a Timisoara o a Samorin: una fuga, un ripiegamento verso l’arretratezza…Pensieri vecchi, e vecchie strade…
(Paolo Ciofi sul Manifesto del 3/6/2005)
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…La dinamica della crisi Fiat, o meglio la sua gestione da parte della Gm ha molte assonanze con altre vicende. Penso a come la multinazionale Usa ha lasciato logorare la sudcoreana Daewoo, fino all’esplosione per poi scegliersi solo i bocconi a cui era interessata e buttare il resto nella pattumiera…
…è necessario un intervento pubblico, non nella direzione già vista, in cui lo stato si fa carico dei debiti della Fiat: i debiti se li deve accollare il Lingotto, perché la Fiat non è solo auto. Penso anche a un ingresso nella proprietà, finalizzato a un nuovo vero piano industriale…
(Gianni Rinaldini, segretario Fiom, su Il Manifesto del 3/2/2005)
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Certe volte vorresti che la storia non ti desse davvero ragione…La storia invece è cinica e con il lungo elenco di dipendenti morti per i fumi respirati nella Goodyear di Latina ha dato ragione ad Agostino Campagna, che oggi più di tutti si batte perché il tribunale riconosca le responsabilità dei dirigenti che hanno gestito e chiuso l’azienda. Fino ad ora le persone coinvolte sono 62, 43 i morti e 19 i malati…
Il posto dell’anima è la storia spiccicata della chiusura e delle morti alla Goodyear, solo trasferita nel paesino abruzzese di San Sebastiano, dove l’operaio Agostino e il regista Milani si sono conosciuti…Racconta di una fabbrica che avvelena i suoi operai per anni e alla fine chiude per spostare la produzione all’estero e di dipendenti che la contestano ma le sono affezionati, che come Campagna la chiamano "mamma Goodyear" e inseguono in America gli ex dirigenti – diventati per metà irreperibili, alla faccia dell’aplomb da industriali moderni – per inchiodarli alle proprie responsabilità.
"L’industria della gomma è compresa…tra le lavorazioni cancerogene sin dal 1982", si legge nella relazione consegnata al giudice dai periti. Dai primi anni ’80, dunque, i dirigenti della Goodyear avrebbero dovuto fare qualcosa per limitare i rischi a cui esponevano i propri dipendenti. E invece fino alla chiusura controlli e interventi sono stati scientificamente evitati. Tanto che ora i presidenti e direttori di produzione che si sono avvicendati dal 1974 al 2001 sono tutti accusati di omicidio colposo e lesioni gravi e gravissime…
Il processo contro i dirigenti della Goodyear doveva iniziare lo scorso 26 gennaio, poi con lo sciopero dei penalisti è stato tutto rimandato a maggio.
(Sara Menafra su Il Manifesto del 3/2/2005)
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L’America latina sta tornando ad essere un laboratorio sociale…il collasso dell’economia argentina e la conseguente esplosione sociale del dicembre 2001 sono stati elementi fondamentali. L’Argentina dei miracoli, allievo prediletto del Fmi, crollava portando la sua popolazione alla miseria. Il modello economico neoliberista, iniziato con Videla nel 1976 e continuato con i successivi governi democratici, era fallito in modo catastrofico…
Già nel 2000 il fallimento di alcune fabbriche si trasformò in occasione di lotta. Gli operai, disperati, non erano più disposti a entrare nella massa anonima dei disoccupati e alcuni cominciarono ad occupare le industrie dismesse. La prima fabbrica recuperata fu la Gipmetal di Avellaneda e in questa esperienza nacque il Movimiento Nacional de Fabricas Recuperadas (Mnfrt). Lo stabilimento, chiuso per fallimento, è stato occupato da 54 operai che hanno formato una cooperativa. Si producevano tubi di rame e di latta. Oggi la fabbrica espropriata lavora a buon ritmo, ha assunto altri 30 operai e gli stipendi sono aumentati.
Il 18 dicembre del 2001, un giorno prima che in Argentina scoppiasse la sollevazione popolare che ha riempito le piazze, distrutto le banche, occupato il Congresso e cacciato via il presidente Fernando de la Rua, gli operai della Brukman hanno occupato la loro fabbrica. Oggi questa industria tessile recuperata e in mano agli operai, resta l’emblema della lotta operaia. Dopo il 2002, l’occupazione delle fabbriche si diffuse in tutto il paese…
L’esperienza del Mnfrt è riuscita a strappare alcune importanti modifiche legislative, non ultima la riforma della legge che regola il fallimento. Ora non è più necessario occupare. La legge considera che il fallimento riguarda l’amministrazione dell’azienda mentre la fabbrica è un bene sociale e gli operai, se sono in grado di organizzarsi, possono proporre al magistrato di continuare con la produzione. Le macchine sono espropriate dall’autorità governativa e affidate a cooperative per proseguire l’attività.
Oggi, le fabbriche che formano il Movimento sono diventate 80, di cui 65 sono produttive…
(Claudio Tognonato su Il Manifesto dell’1/2/2005)
MC
Universo Coop,da Consorte alle Librerie
Alla Confindustria la mossa di Consorte non è piaciuta affatto, perché, secondo la logica del "a ciascuno il suo mestiere", romperebbe le regole del gioco e gli equilibri consolidati. Secondo la Confindustria e secondo molti critici, sia di destra che di sinistra, le Coop sbagliano ad appoggiare la scalata perché le cooperative dovrebbero rimanere nei propri recinti, ovvero nel sociale, nelle costruzioni e nella grande distribuzione e non si dovrebbero occupare di alta finanza. Anche perché, aggiungono quelli che criticano da sinistra (per esempio la Cgil), l’operazione potrebbe mettere a rischio l’occupazione e il patrimonio delle stesse coop, visto che Bnl è una società quattro volte più grande di Unipol e soprattutto…in questo momento non sta nelle migliori condizioni possibili…
I dirigenti delle cooperative hanno risposto ai critici con vari argomenti. Non si tratta di un’operazione di "finanziarizzazione", ovvero di abbandono del capitalismo produttivo per quello più sicuro della rendita, dicono. Si tratta piuttosto di un’operazione che farà bene a tutto il mondo cooperativo perché produrrà nuovi posti di lavoro, nuovo sviluppo e soprattutto uno strumento molto potente per il finanziamento delle cooperative stesse…
(Paolo Andruccioli, "Viaggio nel mondo Coop", sul Manifesto del 29/9/2005)
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Alla fine ha detto sì. Anzi un mezzo sì che suona quasi come un no. Ma non è stata una scelta facile…
Sulle prime Coop Lombardia si era schierata decisamente sul fronte dei contrari alla scalata Bnl insieme al plotone toscano…
"Le ragioni per partecipare o no all’operazione Unipol sono state puramente imprenditoriali, nell’autonomia di ogni singola azienda", spiega Mattia Granata, funzionario del settore industriale della Lega-coop-Lombardia… Ma non è stato un sì pieno. Ha aderito in misura inferiore rispetto alla propria partecipazione pro-quota nel capitale…
C’è chi dice che il sì lombardo sia arrivato solo dopo le pressioni di alcuni esponenti dei Ds…Un no della Lombardia avrebbe indebolito l’intera operazione.
(Giovanni Cocconi su Europa del 27/8/2005)
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A chi renderà conto Giovanni Consorte dell’esito e soprattutto degli effetti della scalata Unipol alla Bnl? Al mercato, ai soci, ai politici o a nessuno?
…L’Opa Unipol altro non fa che scoperchiare le pentole e sollevare un problema di governance che non è nuovo ma che oggi diventa quanto mai attuale per il cosiddetto capitalismo cooperativo. L’accountability dei manager non è l’unica questione sul tappeto di un nuovo sistema di regole per il mondo della cooperazione, ma è sicuramente più rilevante di quanto finora si fosse immaginato…
…I privilegi fiscali avevano e hanno un senso per le coop più deboli che non sono in grado di intervenire sul mercato dei capitali di rischio e di debito: sono più difficilmente giustificabili per le società, controllate dalle cooperative, che puntano ad allargare il loro business anche attraverso la quotazione in Borsa…
…Non c’è ragione alcuna perché Unipol possa scalare la Bnl o la Bpi tenti di fare altrettanto con l’AntonVeneta senza che possa avvenire il contrario per la struttura proprietaria impermeabile che sta a monte delle società cooperative e che è salvaguardata dal voto capitario…
(Franco Locatelli sul Sole 24-Ore del 23/8/2005)
* * * * * * *
…Il presidente Aldo Soldi, che tra l’altro ci tiene anche a fare una precisazione sull’uso del prestito sociale per l’operazione Unipol (i risparmi dei soci non sono messi a rischio dalla ricapitalizzazione), spiega che uno dei fattori principali del grande successo commerciale delle coop, in particolare nel settore della distribuzione, sta nello stile di guida. Le cooperative, spiega il presidente di Unicoop Tirreno, sono cresciute in questi anni perché i dirigenti hanno dimostrato una grande capacità manageriale, che però è sempre stata mescolata a una coerenza con i princìpi e i valori che stanno alla base della cooperazione. "E’ qui il nostro segreto – dice Soldi – e io penso che se un giorno dovessimo rinunciare a una delle due gambe, andremmo incontro a un fallimento".
E’ lo stesso discorso che si tenta di applicare nelle nuove scuole di formazione dei quadri coop (sono ormai lontani i tempi delle Frattocchie, la scuola quadri del Pci, che sfornava anche i dirigenti delle coop rosse)…
…è utile raccontare quello che ci hanno detto i protagonisti a proposito del boom commerciale della cooperazione.
Il 50% del commercio equo e solidale italiano è da attribuire alle cooperative. Si tratta di un settore in espansione…
"Noi commercializziamo il caffè equo e solidale dal 1995 – racconta Domenico Brisigotti, responsabile prodotti a marchio…"
In questo settore il mondo delle coop sta investendo parecchio. Si allargano sugli scaffali i prodotti col marchio equo e solidale e le coop sono state protagoniste di battaglie anche di ordine culturale che potrebbero avere effetti diretti sul mercato. Un esempio noto? La battaglia del latte in polvere.
(Paolo Andruccioli, "Viaggio nel mondo Coop", sul Manifesto del 2/10/2005)
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Perché il latte in polvere deve costare come lo champagne?
Latte in polvere a marchio Coop: tutta la qualità Coop, ma a soli 9.00 €.
Alimentare la qualità, alimentare la convenienza: ecco due obiettivi di Coop validi anche quando si tratta di dover alimentare i nostri bambini. Tutte le volte che le mamme italiane devono ricorrere al latte in polvere, infatti, nonostante l’ultimo intervento del Governo, si devono confrontare con prezzi doppi se non tripli rispetto alla media di molti Paesi europei. Per questo Coop ha deciso di fissare a soli 9.00 euro (a confezione da 900 g) il prezzo del proprio latte in polvere, cioè meno della metà di quello mediamente praticato in Italia. Per far crescere i più piccoli, e per far crescere il risparmio.
Il latte materno è il migliore alimento per il bambino. Coop raccomanda l’utilizzo di quello in polvere solo su consiglio del pediatra, quando l’allattamento non è possibile o è insufficiente. Il latte in polvere Coop è prodotto nel rispetto delle Direttive Europee e delle raccomandazioni ESPGAN (Società Europea di Gastroenterologia e Nutrizione Infantile). Disponibile dal 1° dicembre 2004.
(Pubblicità COOP su Scritto & Mangiato, supplemento del Manifesto in collaborazione con Slow Food)
Benvenuti al supermercato dell’accoglienza. Corsie ampie due metri, scaffali con spigoli smussati e scritte in braille. La sfida della Coop.
"Responsabilità sociale dell’impresa". Uno slogan che non ha molta fortuna in Italia, dove il capitalismo è spesso in versione "straccione", tipo prendi i soldi (incentivi, defiscalizzazioni) e scappa altrove (est europeo o paesi asiatici). Però ci sono sempre le eccezioni. E non poteva essere che la Coop – cooperativa di consumatori ormai diventata un colosso della distribuzione – a provare a mettere sul piano pratico un concetto altrimenti solo propagandistico.
Il risultato di questo sforzo lo si può vedere nel "supermercato dell’accoglienza", il cui primo prototipo a livello nazionale è stato presentato ieri a Bagno di Gavorrano, in provincia di Grosseto…
Si è cominciato dal parcheggio dove è stata creata un’ "isola protetta" che consente di arrivare fin dentro lo spazio di vendita. Una guida di mattonelle rilevate (un percorso "tattile") e un doppio corrimano (uno per normodotati, l’altro più basso per chi sta in carrozzella) sono le caratteristiche principali dell’ "isola". Anche all’interno il "percorso tattile" si snoda tra i banchi assistiti, e c’è persino un elimina-code che, oltre a stampare un numero, emette anche un messaggio vocale. L’attenzione ai dettagli è stata confortata dalla collaborazione di associazioni di settore (Federazione italiana superamento handicap, Cittadinanza attiva, Associazione disabili visivi, ecc.). Ed è sorprendente verificare come piccoli accorgimenti dal costo minimo possano cambiare sostanzialmente il modo di usufruire dello spazio…
La cosa più sorprendente di tutta questa attenzione sono i bassi costi: rispetto al progetto "classico", a Gavorrano si è speso soltanto un 3-4% in più. "Non temete che la concorrenza possa copiarvi?". "Magari!", è la risposta.
(Fr.Pi. sul Manifesto del 12/6/2005)
* * * * * * *
…stanno per arrivare le Librerie Coop, affidate alle sapienti mani di Romano Montroni. Che da "vecchia volpe", ha posto come base del suo progetto non l’assortimento o il margine di sconto al cliente, ma la formazione dei librai che dovranno dirigerle. La Coop, dal 2006, aprirà in centri commerciali e centri cittadini e ritiene vincente proprio crearsi un’identità forte per fidelizzare i futuri clienti…
(Stefano Salis sulla Domenica del Sole 24-Ore del 24/7/2005)
* * * * * * *
…la Coop ieri mattina ha presentato il primo shopper di plastica a tempo. Nel senso che mentre le altre buste di plastica impiegano centinaia di anni per degradarsi, quelle che dalla prossima settimana saranno utilizzate nei punti vendita Coop si degradano al 100% entro tre anni. Con l’occasione la Coop ha anche presentato alla stampa un altro prodotto ecologico: in sostituzione dei vecchi e inquinanti piatti e bicchieri di plastica, da alcune settimane è stata lanciata una linea di prodotti "Eco-logici Coop" non derivati dal petrolio, ma da materiale naturale derivato dal mais, che in un impianto di compostaggio industriale si degradano in meno di 50 giorni…
(Galapagos sul Manifesto del 2/6/2005)
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I numeri sono ottimi: la Coop nel 2003 ha visto crescere la sua quota di mercato di circa mezzo punto percentuale al 17,7%. I numeri sono grandi: ci dicono che la Coop ha 5,5 milioni di soci, un fatturato che tocca gli 11 miliardi di euro, che è presente in 17 regioni e 86 provincie, oltre a 4 ipermercati in Croazia, che finora sono l’unica presenza all’estero della grande catena distributiva italiana…
Eppure il 2003 non è stato un anno facile: il ristagno dell’economia italiana ha ridotto il potere d’acquisto e si è ridotta la capacità di risparmio per la grande maggioranza delle famiglie…
Nonostante tutto questo la Coop cresce: lo dimostra l’aumento dell’11,3% del fatturato, ma anche la crescita dell’11,7% dell’occupazione.
Da circa 3 settimane (è stato eletto il 3 giugno) Aldo Soldi è il nuovo presidente della Coop. E’ abbastanza giovane, ha l’aria del manager…
"…la politica della convenienza rimane prioritaria, il contenimento dei prezzi un obiettivo imprescindibile della strategia di vendita. I nostri prezzi sono aumentati decisamente meno dei prezzi registrati dall’Istat…
Per la cooperazione quello della qualità è un altro punto imprescindibile. Non arretriamo di un millimetro, ci investiamo e ci investiremo risorse in abbondanza: 60 milioni di euro in cinque anni per la qualità e la sicurezza dei prodotti. Per l’ortofrutta e le carni abbiamo inserito il simbolo ‘quadrifoglio’ che significa ‘qualità sicura Coop’. Nel settore dei prodotti biologici , nel 2003, abbiamo registrato un incremento delle vendite del 25%…
Il modello Coop tende a garantire sicurezza e qualità attraverso lo sviluppo di una filiera garantita ‘dal campo alla tavola’ e rispetto ai prodotti Ogm abbiamo certificato ‘No-Ogm’ tutti i prodotti a marchio Coop e tutta l’alimentazione animale…
Con uno slogan posso dire che l’obiettivo è ‘valorizzare l’italianità’ cercando di migliorare i rapporti con i produttori italiani…
La flessibilità è necessaria in un’attività come la grande distribuzione, poiché flessibile è la presenza dei consumatori. Abbiamo comunque dichiarato alle organizzazioni sindacali, in fase di rinnovo del contratto collettivo, che non siamo interessati ad usare gli strumenti più feroci e spersonalizzanti che la nuova normativa consente. La coerenza con i princìpi cooperativi deve orientare ogni comportamento, compreso il rapporto di lavoro".
(Galapagos sul Manifesto del 2/7/2004)
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Azionisti o soci? Il rischio di stare in borsa. Il caso Unipol ha fatto esplodere la polemica sulle "scatole cinesi".
…Nessuno nega alle cooperative di crescere e competere sul mercato, spiega Messori (economista Fondazione Di Vittorio, ndr). Anzi la loro crescita e il loro consolidarsi rappresentano uno dei pochi tratti positivi di questo periodo di crisi. Il problema nasce piuttosto quando una società quotata in Borsa viene controllata da un gruppo di cooperative come succede per Unipol, con un sistema che diventa molto simile a quello delle cosiddette "scatole cinesi", che tanto si criticano per il capitalismo "normale". La struttura piramidale che si crea in questi casi, spiega Messori, rischia di avere effetti deleteri dal punto di vista del controllo dei manager, della trasparenza e della "contendibilità" dell’azienda. Una struttura tipo quella dell’Unipol, società per azioni quotata in Borsa, ma controllata da holding a loro volta controllate da un gruppo di cooperative, rischia di creare una struttura chiusa, non scalabile. La proposta di Messori, dunque, non è quella di trasformare tutte le cooperative esistenti in Spa, ma di trasformare in Spa le cooperative che controllano società quotate in Borsa.
(P.A. sul Manifesto del 6/10/2005)
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Nel consiglio di amministrazione della nuova (eventuale) Bnl non ci saranno però solo i rappresentanti di Unipol, che alla fine dei giochi dovrebbe detenere il 51% delle azioni. Ci saranno ovviamente anche tutti gli altri protagonisti della scalata…Nel nuovo Cda di Bnl, dopo l’Opa, siederanno quindi i rappresentanti di Holmo, ovvero le cooperative più grosse del mondo della Lega, insieme ai tedeschi di Deutsche Bank, agli americani di JP Morgan, ai rappresentanti del Monte dei Paschi di Siena…e anche quelli di Hopa, la finanziaria di Emilio Gnutti, detto Chicco, l’uomo che con Ricucci e Fiorani è stato al centro dell’attenzione estiva proprio per le scalate e le intercettazioni telefoniche. Lo stesso finanziere che era stato già alleato con Consorte ai tempi della scalata Telecom, lo stesso finanziere che passa per amico di Silvio Berlusconi. Un intreccio, dunque, inedito, che ha fatto scaldare il dibattito estivo sulla nuova questione morale e sui rapporti tra mondo delle cooperative e i partiti della sinistra, Ds in prima fila…
(Paolo Andruccioli sul Manifesto del 13/10/2005)
I dirigenti delle cooperative hanno risposto ai critici con vari argomenti. Non si tratta di un’operazione di "finanziarizzazione", ovvero di abbandono del capitalismo produttivo per quello più sicuro della rendita, dicono. Si tratta piuttosto di un’operazione che farà bene a tutto il mondo cooperativo perché produrrà nuovi posti di lavoro, nuovo sviluppo e soprattutto uno strumento molto potente per il finanziamento delle cooperative stesse…
(Paolo Andruccioli, "Viaggio nel mondo Coop", sul Manifesto del 29/9/2005)
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Alla fine ha detto sì. Anzi un mezzo sì che suona quasi come un no. Ma non è stata una scelta facile…
Sulle prime Coop Lombardia si era schierata decisamente sul fronte dei contrari alla scalata Bnl insieme al plotone toscano…
"Le ragioni per partecipare o no all’operazione Unipol sono state puramente imprenditoriali, nell’autonomia di ogni singola azienda", spiega Mattia Granata, funzionario del settore industriale della Lega-coop-Lombardia… Ma non è stato un sì pieno. Ha aderito in misura inferiore rispetto alla propria partecipazione pro-quota nel capitale…
C’è chi dice che il sì lombardo sia arrivato solo dopo le pressioni di alcuni esponenti dei Ds…Un no della Lombardia avrebbe indebolito l’intera operazione.
(Giovanni Cocconi su Europa del 27/8/2005)
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A chi renderà conto Giovanni Consorte dell’esito e soprattutto degli effetti della scalata Unipol alla Bnl? Al mercato, ai soci, ai politici o a nessuno?
…L’Opa Unipol altro non fa che scoperchiare le pentole e sollevare un problema di governance che non è nuovo ma che oggi diventa quanto mai attuale per il cosiddetto capitalismo cooperativo. L’accountability dei manager non è l’unica questione sul tappeto di un nuovo sistema di regole per il mondo della cooperazione, ma è sicuramente più rilevante di quanto finora si fosse immaginato…
…I privilegi fiscali avevano e hanno un senso per le coop più deboli che non sono in grado di intervenire sul mercato dei capitali di rischio e di debito: sono più difficilmente giustificabili per le società, controllate dalle cooperative, che puntano ad allargare il loro business anche attraverso la quotazione in Borsa…
…Non c’è ragione alcuna perché Unipol possa scalare la Bnl o la Bpi tenti di fare altrettanto con l’AntonVeneta senza che possa avvenire il contrario per la struttura proprietaria impermeabile che sta a monte delle società cooperative e che è salvaguardata dal voto capitario…
(Franco Locatelli sul Sole 24-Ore del 23/8/2005)
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…Il presidente Aldo Soldi, che tra l’altro ci tiene anche a fare una precisazione sull’uso del prestito sociale per l’operazione Unipol (i risparmi dei soci non sono messi a rischio dalla ricapitalizzazione), spiega che uno dei fattori principali del grande successo commerciale delle coop, in particolare nel settore della distribuzione, sta nello stile di guida. Le cooperative, spiega il presidente di Unicoop Tirreno, sono cresciute in questi anni perché i dirigenti hanno dimostrato una grande capacità manageriale, che però è sempre stata mescolata a una coerenza con i princìpi e i valori che stanno alla base della cooperazione. "E’ qui il nostro segreto – dice Soldi – e io penso che se un giorno dovessimo rinunciare a una delle due gambe, andremmo incontro a un fallimento".
E’ lo stesso discorso che si tenta di applicare nelle nuove scuole di formazione dei quadri coop (sono ormai lontani i tempi delle Frattocchie, la scuola quadri del Pci, che sfornava anche i dirigenti delle coop rosse)…
…è utile raccontare quello che ci hanno detto i protagonisti a proposito del boom commerciale della cooperazione.
Il 50% del commercio equo e solidale italiano è da attribuire alle cooperative. Si tratta di un settore in espansione…
"Noi commercializziamo il caffè equo e solidale dal 1995 – racconta Domenico Brisigotti, responsabile prodotti a marchio…"
In questo settore il mondo delle coop sta investendo parecchio. Si allargano sugli scaffali i prodotti col marchio equo e solidale e le coop sono state protagoniste di battaglie anche di ordine culturale che potrebbero avere effetti diretti sul mercato. Un esempio noto? La battaglia del latte in polvere.
(Paolo Andruccioli, "Viaggio nel mondo Coop", sul Manifesto del 2/10/2005)
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Perché il latte in polvere deve costare come lo champagne?
Latte in polvere a marchio Coop: tutta la qualità Coop, ma a soli 9.00 €.
Alimentare la qualità, alimentare la convenienza: ecco due obiettivi di Coop validi anche quando si tratta di dover alimentare i nostri bambini. Tutte le volte che le mamme italiane devono ricorrere al latte in polvere, infatti, nonostante l’ultimo intervento del Governo, si devono confrontare con prezzi doppi se non tripli rispetto alla media di molti Paesi europei. Per questo Coop ha deciso di fissare a soli 9.00 euro (a confezione da 900 g) il prezzo del proprio latte in polvere, cioè meno della metà di quello mediamente praticato in Italia. Per far crescere i più piccoli, e per far crescere il risparmio.
Il latte materno è il migliore alimento per il bambino. Coop raccomanda l’utilizzo di quello in polvere solo su consiglio del pediatra, quando l’allattamento non è possibile o è insufficiente. Il latte in polvere Coop è prodotto nel rispetto delle Direttive Europee e delle raccomandazioni ESPGAN (Società Europea di Gastroenterologia e Nutrizione Infantile). Disponibile dal 1° dicembre 2004.
(Pubblicità COOP su Scritto & Mangiato, supplemento del Manifesto in collaborazione con Slow Food)
Benvenuti al supermercato dell’accoglienza. Corsie ampie due metri, scaffali con spigoli smussati e scritte in braille. La sfida della Coop.
"Responsabilità sociale dell’impresa". Uno slogan che non ha molta fortuna in Italia, dove il capitalismo è spesso in versione "straccione", tipo prendi i soldi (incentivi, defiscalizzazioni) e scappa altrove (est europeo o paesi asiatici). Però ci sono sempre le eccezioni. E non poteva essere che la Coop – cooperativa di consumatori ormai diventata un colosso della distribuzione – a provare a mettere sul piano pratico un concetto altrimenti solo propagandistico.
Il risultato di questo sforzo lo si può vedere nel "supermercato dell’accoglienza", il cui primo prototipo a livello nazionale è stato presentato ieri a Bagno di Gavorrano, in provincia di Grosseto…
Si è cominciato dal parcheggio dove è stata creata un’ "isola protetta" che consente di arrivare fin dentro lo spazio di vendita. Una guida di mattonelle rilevate (un percorso "tattile") e un doppio corrimano (uno per normodotati, l’altro più basso per chi sta in carrozzella) sono le caratteristiche principali dell’ "isola". Anche all’interno il "percorso tattile" si snoda tra i banchi assistiti, e c’è persino un elimina-code che, oltre a stampare un numero, emette anche un messaggio vocale. L’attenzione ai dettagli è stata confortata dalla collaborazione di associazioni di settore (Federazione italiana superamento handicap, Cittadinanza attiva, Associazione disabili visivi, ecc.). Ed è sorprendente verificare come piccoli accorgimenti dal costo minimo possano cambiare sostanzialmente il modo di usufruire dello spazio…
La cosa più sorprendente di tutta questa attenzione sono i bassi costi: rispetto al progetto "classico", a Gavorrano si è speso soltanto un 3-4% in più. "Non temete che la concorrenza possa copiarvi?". "Magari!", è la risposta.
(Fr.Pi. sul Manifesto del 12/6/2005)
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…stanno per arrivare le Librerie Coop, affidate alle sapienti mani di Romano Montroni. Che da "vecchia volpe", ha posto come base del suo progetto non l’assortimento o il margine di sconto al cliente, ma la formazione dei librai che dovranno dirigerle. La Coop, dal 2006, aprirà in centri commerciali e centri cittadini e ritiene vincente proprio crearsi un’identità forte per fidelizzare i futuri clienti…
(Stefano Salis sulla Domenica del Sole 24-Ore del 24/7/2005)
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…la Coop ieri mattina ha presentato il primo shopper di plastica a tempo. Nel senso che mentre le altre buste di plastica impiegano centinaia di anni per degradarsi, quelle che dalla prossima settimana saranno utilizzate nei punti vendita Coop si degradano al 100% entro tre anni. Con l’occasione la Coop ha anche presentato alla stampa un altro prodotto ecologico: in sostituzione dei vecchi e inquinanti piatti e bicchieri di plastica, da alcune settimane è stata lanciata una linea di prodotti "Eco-logici Coop" non derivati dal petrolio, ma da materiale naturale derivato dal mais, che in un impianto di compostaggio industriale si degradano in meno di 50 giorni…
(Galapagos sul Manifesto del 2/6/2005)
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I numeri sono ottimi: la Coop nel 2003 ha visto crescere la sua quota di mercato di circa mezzo punto percentuale al 17,7%. I numeri sono grandi: ci dicono che la Coop ha 5,5 milioni di soci, un fatturato che tocca gli 11 miliardi di euro, che è presente in 17 regioni e 86 provincie, oltre a 4 ipermercati in Croazia, che finora sono l’unica presenza all’estero della grande catena distributiva italiana…
Eppure il 2003 non è stato un anno facile: il ristagno dell’economia italiana ha ridotto il potere d’acquisto e si è ridotta la capacità di risparmio per la grande maggioranza delle famiglie…
Nonostante tutto questo la Coop cresce: lo dimostra l’aumento dell’11,3% del fatturato, ma anche la crescita dell’11,7% dell’occupazione.
Da circa 3 settimane (è stato eletto il 3 giugno) Aldo Soldi è il nuovo presidente della Coop. E’ abbastanza giovane, ha l’aria del manager…
"…la politica della convenienza rimane prioritaria, il contenimento dei prezzi un obiettivo imprescindibile della strategia di vendita. I nostri prezzi sono aumentati decisamente meno dei prezzi registrati dall’Istat…
Per la cooperazione quello della qualità è un altro punto imprescindibile. Non arretriamo di un millimetro, ci investiamo e ci investiremo risorse in abbondanza: 60 milioni di euro in cinque anni per la qualità e la sicurezza dei prodotti. Per l’ortofrutta e le carni abbiamo inserito il simbolo ‘quadrifoglio’ che significa ‘qualità sicura Coop’. Nel settore dei prodotti biologici , nel 2003, abbiamo registrato un incremento delle vendite del 25%…
Il modello Coop tende a garantire sicurezza e qualità attraverso lo sviluppo di una filiera garantita ‘dal campo alla tavola’ e rispetto ai prodotti Ogm abbiamo certificato ‘No-Ogm’ tutti i prodotti a marchio Coop e tutta l’alimentazione animale…
Con uno slogan posso dire che l’obiettivo è ‘valorizzare l’italianità’ cercando di migliorare i rapporti con i produttori italiani…
La flessibilità è necessaria in un’attività come la grande distribuzione, poiché flessibile è la presenza dei consumatori. Abbiamo comunque dichiarato alle organizzazioni sindacali, in fase di rinnovo del contratto collettivo, che non siamo interessati ad usare gli strumenti più feroci e spersonalizzanti che la nuova normativa consente. La coerenza con i princìpi cooperativi deve orientare ogni comportamento, compreso il rapporto di lavoro".
(Galapagos sul Manifesto del 2/7/2004)
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Azionisti o soci? Il rischio di stare in borsa. Il caso Unipol ha fatto esplodere la polemica sulle "scatole cinesi".
…Nessuno nega alle cooperative di crescere e competere sul mercato, spiega Messori (economista Fondazione Di Vittorio, ndr). Anzi la loro crescita e il loro consolidarsi rappresentano uno dei pochi tratti positivi di questo periodo di crisi. Il problema nasce piuttosto quando una società quotata in Borsa viene controllata da un gruppo di cooperative come succede per Unipol, con un sistema che diventa molto simile a quello delle cosiddette "scatole cinesi", che tanto si criticano per il capitalismo "normale". La struttura piramidale che si crea in questi casi, spiega Messori, rischia di avere effetti deleteri dal punto di vista del controllo dei manager, della trasparenza e della "contendibilità" dell’azienda. Una struttura tipo quella dell’Unipol, società per azioni quotata in Borsa, ma controllata da holding a loro volta controllate da un gruppo di cooperative, rischia di creare una struttura chiusa, non scalabile. La proposta di Messori, dunque, non è quella di trasformare tutte le cooperative esistenti in Spa, ma di trasformare in Spa le cooperative che controllano società quotate in Borsa.
(P.A. sul Manifesto del 6/10/2005)
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Nel consiglio di amministrazione della nuova (eventuale) Bnl non ci saranno però solo i rappresentanti di Unipol, che alla fine dei giochi dovrebbe detenere il 51% delle azioni. Ci saranno ovviamente anche tutti gli altri protagonisti della scalata…Nel nuovo Cda di Bnl, dopo l’Opa, siederanno quindi i rappresentanti di Holmo, ovvero le cooperative più grosse del mondo della Lega, insieme ai tedeschi di Deutsche Bank, agli americani di JP Morgan, ai rappresentanti del Monte dei Paschi di Siena…e anche quelli di Hopa, la finanziaria di Emilio Gnutti, detto Chicco, l’uomo che con Ricucci e Fiorani è stato al centro dell’attenzione estiva proprio per le scalate e le intercettazioni telefoniche. Lo stesso finanziere che era stato già alleato con Consorte ai tempi della scalata Telecom, lo stesso finanziere che passa per amico di Silvio Berlusconi. Un intreccio, dunque, inedito, che ha fatto scaldare il dibattito estivo sulla nuova questione morale e sui rapporti tra mondo delle cooperative e i partiti della sinistra, Ds in prima fila…
(Paolo Andruccioli sul Manifesto del 13/10/2005)
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Omeopatia, medicine dolci, fitoterapia
Ci vorrà forse un po’ di tempo prima che al posto di un’Aspirina ci propongano cento grammi di crocus sativus in grappa di riso invecchiata per tre anni. O che in sala operatoria sia sempre disponibile un agopuntore in alternativa all’anestesista occidentale…Ma ci arriveremo. La medicina tradizionale cinese (Mtc) ha infatti ricevuto un ufficiale benvenuto nel nostro Paese. Con due firme e una stretta di mano, il ministro della Salute Girolamo Sirchia e il vice ministro della sanità della Repubblica popolare cinese She Jing, verso la fine del 2004, hanno varato il piano di Promozione dell’insegnamento e della pratica di alta qualità della Medicina Tradizionale Cinese in Italia. Le principali iniziative: istituire un master in Mtc per laureati in medicina che partirà nel novembre 2005 e individuare un primo gruppo di rimedi vegetali cinesi da registrare tra gli integratori ammessi in Italia. E, come voluto dal Ministro, a fine dicembre sono stati formati i due gruppi di esperti italiani e cinesi che lavoreranno su questi progetti…
…circa dieci milioni di italiani utilizzano anche le medicine cosiddette dolci e un sondaggio recentissimo indica che per 41 su cento sono addirittura migliori di quella ufficiale e che oltre 45 su cento si meravigliano che non vengano rimborsate dal Ssn.
A sdoganare l’antica medicina-filosofia (si fonda sul Taoismo ed è nata all’incirca duemila e 500 anni prima di Ippocrate), aveva già provveduto la federazione degli Ordini dei medici, a metà 2002, identificandola come atto medico assieme ad altre otto medicine non convenzionali…
…Il Qi. Eccoci catapultati verso il principio cardine della medicina cinese. Che non è alternativa, né competitiva ma certo è diversa da quella occidentale. Qui tutto è energia, in continuo moto e trasformazione. Le stesse energie dell’universo si ritrovano nel corpo umano e condizionano la salute. Il Qi è il soffio vitale, una forza (la stessa di Cielo e Terra) che scorre all’interno dell’organismo. Se ristagna, è in eccesso o in difetto, ci si ammala. E ci si ammala pure se non sono in armonioso equilibrio lo Yin e lo Yang, le due forze opposte che costituiscono l’uomo come l’universo…
Dov’è l’eccellenza di questa medicina che cura l’intangibile? "E’ nelle patologie per le quali si va dal medico di famiglia dove l’aspetto preventivo è fondamentale", sintetizza Lucio Sotte, anche lui esperto in Mtc e Direttore della Rivista Italiana di Medicina Tradizionale Cinese (pubblicazione reperibile al sito www.fondazionericci.it). "Inoltre, non dimentichiamo che la medicina cinese individua quadri sindromici che quella occidentale non riconosce e per i quali non ha quindi rimedi"…
(M. Cristina Sparaciari sul supplemento D-La Repubblica delle Donne di Repubblica del 16/4/2005)
* * * * * * *
"Omeopatia inutile, ha solo un effetto placebo"…ci sono studi su riviste importanti come Lancet, e British Medical Journal.
…Ma se questi rimedi non fanno proprio nulla, possibile che gli ammalati non se ne siano mai accorti? Anzi, che siano sempre di più quelli che ci credono?
…L’omeopatia non "cura", ma quelli che praticano l’omeopatia dedicano tempo agli ammalati, li sanno ascoltare, più di quanto non facciano tanti medici. Questo sì che è "medicina".
Anche l’idea di prendere qualcosa che fa bene (effetto placebo) certe volte ti fa star meglio. Lancet chiude così: "Da oggi i dottori devono avere il coraggio di dire chiaramente che l’omeopatia non funziona. Ma dovrebbero essere onesti, anche con se stessi, e ammettere che la medicina moderna non è stata capace di rispondere ai bisogni individuali"…
(Giuseppe Remuzzi sul Corriere della sera del 27/8/2005)
* * * * * * *
Infarto, Parkinson, obesità: gli Usa investono sulle cure psicosomatiche. Washington l’anno prossimo stanzierà 16 milioni di dollari nella ricerca.
…Oggi gli esperti ritengono che dal 60 al 90 per cento dei casi tutte le visite mediche interessino sintomi da mettere in relazione allo stress.
(su La Repubblica del 20/9/2004)
* * * * * * *
Su "Newsweek" gli ultimi studi sulle cause psicologiche delle cardiopatie: "Così ansia e depressione diventano killer micidiali".
E’ sempre più dimostrato che stati emotivi cronici come lo stress, l’ansia, l’ostilità e la depressione impongono un pesante tributo…un’incidenza almeno pari a quella dell’obesità, del fumo e dell’ipertensione…E un numero sempre maggiore di ospedali sta traducendo questa migliore comprensione in programmi che si ripropongono di combattere le malattie cardiache nel più improbabile dei luoghi d’origine: il cervello.
…Prendete la depressione. In una persona in buona salute fa raddoppiare, almeno, il rischio di attacco cardiaco…E per le persone che hanno avuto un attacco cardiaco in passato, la depressione quadruplica o addirittura quintuplica il rischio di averne un altro.
…Uno studio dello scorso anno, sulla rivista Lancet, ha esaminato oltre 11.000 soggetti colpiti da attacco cardiaco in 52 paesi, e ha scoperto che nei dodici mesi precedenti all’infarto i pazienti avevano subìto uno stress notevolmente maggiore – al lavoro, in famiglia, per guai finanziari, depressione e altre cause – rispetto a circa 13.000 persone in buona salute.
(su La Repubblica del 26/9/2005)
* * * * * * *
Sapete che significa Sabir? Era l’esperanto marino, la lingua franca che permetteva di comunicare fra loro a mercanti, pescatori, marinai e pirati del Mediterraneo. E Sabir si chiama il Circolo mediterraneo di conversazione, ideato da Camilleri, un progetto culturale che si è tradotto per merito dell’arabista Isabella Camera D’Afflitto in un convegno di tre giorni a Ragusa, Modica e Scicli, con scrittori e intellettuali delle due sponde del Mediterraneo…
Come ha detto il poeta e saggista messicano Octavio Paz, per i popoli del Nord la salute coincide con l’integrità, con l’evitare ogni contagio; per il Sud del mondo la salute si identifica con la contaminazione, con il mescolarsi agli altri…
Forse l’immagine del Sud del mondo, per non scadere nello stereotipo, può essere ravvivata come metafora di un modo di vivere e di pensare oggi un po’ emarginato dalla modernità (apparentemente) vincente. Di che si tratta? Torniamo a el-Kharrat e ad Alessandria, città di zafferano…A un certo punto l’autore scrive che vivere è naufragare – proprio perché siamo fatalmente in balia del desiderio e delle emozioni -, è andare alla deriva, perdere continuamente la rotta. Mentre chi invece crede o pretende di tenere la rotta, non ha veramente vissuto, non si è esposto all’errore e al caso, e cioè all’esperienza.
(Filippo La Porta sul Riformista del 25/6/2005)
* * * * * * *
Non si tratta di fitoterapia. Le piante c’entrano, il benessere pure, ma l’influenza positiva viene dalla loro emissione elettromagnetica. Secondo la tecnica del Bioenergetic Landscapes alcune piante generano campi elettromagnetici che influiscono in modo positivo sui vari organi dell’uomo, e se collocate secondo precisi schemi possono creare dei veri e propri giardini terapeutici. "La tecnica si basa sull’elettromagnetismo e le piante ne sono una notevole sorgente", spiega Marco Nieri, ecodesigner di Bologna che, grazie alla collaborazione col professor Walter Kunnen di Anversa (uno dei primi ricercatori in questo campo), del giardinaggio ha fatto una scienza.
…La progettazione non avviene a caso perché i campi elettromagnetici delle piante sono diversi tra loro e di conseguenza anche la loro collocazione segue schemi precisi…Grazie all’antenna Lecher e a moderne apparecchiature bioelettroniche, si può conoscere l’esatta influenza biologica del segnale elettromagnetico naturale e delle piante specifiche da utilizzare per creare, fino ad alcune decine di metri attorno, una risonanza positiva tra il magnetismo del luogo, delle piante e delle persone che ci passeggiano…
Si possono visitare i seguenti giardini bioenergetici:
- Un giardino di 700 mq a Castello Quistini a Rovato in Franciacorta (Brescia) www.castelloquistini.com
- Un giardino di 3000 mq a Molinella (Bologna) presso la Rovatti Giardini www.rovattigiardini.it
- Uno splendido parco dell’800 a Villa Seghetti Panichi a Castel di Lama (Ascoli Piceno), il primo giardino storico italiano ad aver modificato la sua struttura secondo i concetti della Bioenergetic Landscapes www.grandigiardini.it
(Info: www.archibio.it)
(Monica Melotti sul Supplemento D-La Repubblica delle Donne di Repubblica del 30/4/2005)
MC
…circa dieci milioni di italiani utilizzano anche le medicine cosiddette dolci e un sondaggio recentissimo indica che per 41 su cento sono addirittura migliori di quella ufficiale e che oltre 45 su cento si meravigliano che non vengano rimborsate dal Ssn.
A sdoganare l’antica medicina-filosofia (si fonda sul Taoismo ed è nata all’incirca duemila e 500 anni prima di Ippocrate), aveva già provveduto la federazione degli Ordini dei medici, a metà 2002, identificandola come atto medico assieme ad altre otto medicine non convenzionali…
…Il Qi. Eccoci catapultati verso il principio cardine della medicina cinese. Che non è alternativa, né competitiva ma certo è diversa da quella occidentale. Qui tutto è energia, in continuo moto e trasformazione. Le stesse energie dell’universo si ritrovano nel corpo umano e condizionano la salute. Il Qi è il soffio vitale, una forza (la stessa di Cielo e Terra) che scorre all’interno dell’organismo. Se ristagna, è in eccesso o in difetto, ci si ammala. E ci si ammala pure se non sono in armonioso equilibrio lo Yin e lo Yang, le due forze opposte che costituiscono l’uomo come l’universo…
Dov’è l’eccellenza di questa medicina che cura l’intangibile? "E’ nelle patologie per le quali si va dal medico di famiglia dove l’aspetto preventivo è fondamentale", sintetizza Lucio Sotte, anche lui esperto in Mtc e Direttore della Rivista Italiana di Medicina Tradizionale Cinese (pubblicazione reperibile al sito www.fondazionericci.it). "Inoltre, non dimentichiamo che la medicina cinese individua quadri sindromici che quella occidentale non riconosce e per i quali non ha quindi rimedi"…
(M. Cristina Sparaciari sul supplemento D-La Repubblica delle Donne di Repubblica del 16/4/2005)
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"Omeopatia inutile, ha solo un effetto placebo"…ci sono studi su riviste importanti come Lancet, e British Medical Journal.
…Ma se questi rimedi non fanno proprio nulla, possibile che gli ammalati non se ne siano mai accorti? Anzi, che siano sempre di più quelli che ci credono?
…L’omeopatia non "cura", ma quelli che praticano l’omeopatia dedicano tempo agli ammalati, li sanno ascoltare, più di quanto non facciano tanti medici. Questo sì che è "medicina".
Anche l’idea di prendere qualcosa che fa bene (effetto placebo) certe volte ti fa star meglio. Lancet chiude così: "Da oggi i dottori devono avere il coraggio di dire chiaramente che l’omeopatia non funziona. Ma dovrebbero essere onesti, anche con se stessi, e ammettere che la medicina moderna non è stata capace di rispondere ai bisogni individuali"…
(Giuseppe Remuzzi sul Corriere della sera del 27/8/2005)
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Infarto, Parkinson, obesità: gli Usa investono sulle cure psicosomatiche. Washington l’anno prossimo stanzierà 16 milioni di dollari nella ricerca.
…Oggi gli esperti ritengono che dal 60 al 90 per cento dei casi tutte le visite mediche interessino sintomi da mettere in relazione allo stress.
(su La Repubblica del 20/9/2004)
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Su "Newsweek" gli ultimi studi sulle cause psicologiche delle cardiopatie: "Così ansia e depressione diventano killer micidiali".
E’ sempre più dimostrato che stati emotivi cronici come lo stress, l’ansia, l’ostilità e la depressione impongono un pesante tributo…un’incidenza almeno pari a quella dell’obesità, del fumo e dell’ipertensione…E un numero sempre maggiore di ospedali sta traducendo questa migliore comprensione in programmi che si ripropongono di combattere le malattie cardiache nel più improbabile dei luoghi d’origine: il cervello.
…Prendete la depressione. In una persona in buona salute fa raddoppiare, almeno, il rischio di attacco cardiaco…E per le persone che hanno avuto un attacco cardiaco in passato, la depressione quadruplica o addirittura quintuplica il rischio di averne un altro.
…Uno studio dello scorso anno, sulla rivista Lancet, ha esaminato oltre 11.000 soggetti colpiti da attacco cardiaco in 52 paesi, e ha scoperto che nei dodici mesi precedenti all’infarto i pazienti avevano subìto uno stress notevolmente maggiore – al lavoro, in famiglia, per guai finanziari, depressione e altre cause – rispetto a circa 13.000 persone in buona salute.
(su La Repubblica del 26/9/2005)
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Sapete che significa Sabir? Era l’esperanto marino, la lingua franca che permetteva di comunicare fra loro a mercanti, pescatori, marinai e pirati del Mediterraneo. E Sabir si chiama il Circolo mediterraneo di conversazione, ideato da Camilleri, un progetto culturale che si è tradotto per merito dell’arabista Isabella Camera D’Afflitto in un convegno di tre giorni a Ragusa, Modica e Scicli, con scrittori e intellettuali delle due sponde del Mediterraneo…
Come ha detto il poeta e saggista messicano Octavio Paz, per i popoli del Nord la salute coincide con l’integrità, con l’evitare ogni contagio; per il Sud del mondo la salute si identifica con la contaminazione, con il mescolarsi agli altri…
Forse l’immagine del Sud del mondo, per non scadere nello stereotipo, può essere ravvivata come metafora di un modo di vivere e di pensare oggi un po’ emarginato dalla modernità (apparentemente) vincente. Di che si tratta? Torniamo a el-Kharrat e ad Alessandria, città di zafferano…A un certo punto l’autore scrive che vivere è naufragare – proprio perché siamo fatalmente in balia del desiderio e delle emozioni -, è andare alla deriva, perdere continuamente la rotta. Mentre chi invece crede o pretende di tenere la rotta, non ha veramente vissuto, non si è esposto all’errore e al caso, e cioè all’esperienza.
(Filippo La Porta sul Riformista del 25/6/2005)
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Non si tratta di fitoterapia. Le piante c’entrano, il benessere pure, ma l’influenza positiva viene dalla loro emissione elettromagnetica. Secondo la tecnica del Bioenergetic Landscapes alcune piante generano campi elettromagnetici che influiscono in modo positivo sui vari organi dell’uomo, e se collocate secondo precisi schemi possono creare dei veri e propri giardini terapeutici. "La tecnica si basa sull’elettromagnetismo e le piante ne sono una notevole sorgente", spiega Marco Nieri, ecodesigner di Bologna che, grazie alla collaborazione col professor Walter Kunnen di Anversa (uno dei primi ricercatori in questo campo), del giardinaggio ha fatto una scienza.
…La progettazione non avviene a caso perché i campi elettromagnetici delle piante sono diversi tra loro e di conseguenza anche la loro collocazione segue schemi precisi…Grazie all’antenna Lecher e a moderne apparecchiature bioelettroniche, si può conoscere l’esatta influenza biologica del segnale elettromagnetico naturale e delle piante specifiche da utilizzare per creare, fino ad alcune decine di metri attorno, una risonanza positiva tra il magnetismo del luogo, delle piante e delle persone che ci passeggiano…
Si possono visitare i seguenti giardini bioenergetici:
- Un giardino di 700 mq a Castello Quistini a Rovato in Franciacorta (Brescia) www.castelloquistini.com
- Un giardino di 3000 mq a Molinella (Bologna) presso la Rovatti Giardini www.rovattigiardini.it
- Uno splendido parco dell’800 a Villa Seghetti Panichi a Castel di Lama (Ascoli Piceno), il primo giardino storico italiano ad aver modificato la sua struttura secondo i concetti della Bioenergetic Landscapes www.grandigiardini.it
(Info: www.archibio.it)
(Monica Melotti sul Supplemento D-La Repubblica delle Donne di Repubblica del 30/4/2005)
MC
Psicofarmaci, depressione, bambini, salute, culture
Dopo aver allentato i legami sociali e i vincoli affettivi, per l’esasperato individualismo ed egoismo che si va diffondendo nella nostra cultura, oggi incominciamo a pagarne i costi in termini di tragedie umane e di inutile dispendio economico. Se un bambino è un po’ vivace e turbolento, magari perché è chiuso in casa e non ha spazi di gioco dove sfogarsi, o perché è bloccato in un’aula di scuola cinque ore al giorno con spazi ricreativi che si riducono a dieci minuti di pausa, invece di creare strutture dove possa esprimere il suo bisogno di muoversi, gareggiare, primeggiare, viene etichettato come affetto da un "disturbo da deficit di attenzione con iperattività" e, con questa diagnosi, inviato da uno psicologo o curato con farmaci.
Se una mamma non ce la fa più a seguire i suoi bambini nel chiuso di un appartamento, dove il vicino è uno sconosciuto, in quella solitudine che le sequestra e le aliena il suo corpo, il suo tempo, il suo spazio, il suo sonno, la sua vita sociale, e a un certo punto arriva, se non ad ammazzare il figlio, a crescerlo con aggressività o profonda stanchezza e demotivazione, invece di creare strutture educative, nidi, asili, scuole a tempo pieno, le si appioppa una diagnosi di "depressione" e la si manda da uno psicoterapeuta cui versa l’equivalente in denaro della retta di una struttura educativa, che consentirebbe al figlio di crescere bene socializzando, e alla madre di non perdere la stima di sé.
Ho letto recentemente sul Daily Telegraph che in America l’80 per cento della popolazione usufruisce di cure psicoterapeutiche (contro il 14 per cento negli anni ’60) mentre il sociologo John Nolan, nel suo recente libro The Therapeutic State, ci informa che "Negli Stati Uniti ci sono più psicoterapeuti che librai, pompieri, postini, e addirittura due volte più che dentisti e farmacisti. Gli psicologi sono battuti numericamente solo dai poliziotti e dagli avvocati". Società d’avanguardia come Whitbread Cable and Wireless hanno inserito l’offerta terapeutica nel contratto dei dipendenti, mentre altre forniscono ai propri licenziati assistenza psicologica, quando invece costoro avrebbero bisogno semplicemente di un nuovo posto di lavoro.
…Il risultato è che i legami sociali, dove queste difficoltà potrebbero trovare soluzione, non vengono neppure presi in considerazione e, con una lettura perversa che induce a considerare le conseguenze dolorose di un disagio reale come problemi psichici dell’individuo, si favorisce la frammentazione sociale dei singoli, sempre più isolati e chiusi nelle loro problematiche…
…Il vissuto di dipendenza che così si diffonde crea una società acquiescente e conformista: quanto di più desiderabile possa attendersi chi esercita il potere…
(Umberto Galimberti sul supplementoD-La Repubblica delle Donne di Repubblica del 2/7/2005)
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E se la grande bolla speculativa dei mercati americani degli anni ’90 non fosse altro che un effetto collaterale dell’uso (e dell’abuso) dei farmaci antidepressivi? L’ipotesi è stata sostenuta seriamente nel 2000 da un professore dell’Università del Michigan, Randolph Nesse, autore con George Williams di Why we get sick: the new science of darwinian medicine. Che sia vera o no, essa parte da una premessa incontestabile. Sulla presenza massiccia della psico-farmacologia e sulla sua influenza nella nostra società c’è ben poco da dubitare. "Se milioni di americani assumono antidepressivi come il Prozac e gli individui in terapia corrispondono proprio al "tipo" sociale dell’agente di borsa (giovane, colto, stressato) si può stimare che almeno un quarto degli operatori del settore finanziario assuma antidepressivi. Che effetto avrà avuto sul loro lavoro e sui risparmi di milioni di cittadini la nota tendenza a diventare imprudenti, impulsivi ed euforici innescata dai farmaci?" Così lo storico Pietro Adamo e il neuropsichiatra infantile Stefano Benzoni riassumono la questione…
(Armando Massarenti sul supplemento Domenica del Sole 24-Ore dell’11/9/05)
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L’America tira il freno: mai più psicofarmaci ai bambini. Di fronte al dilagare delle prescrizioni degli antidepressivi ai piccoli – dai 7 ai 12 anni – la Fda ha commissionato uno studio indipendente da cui è emersa la pericolosità di questa pratica e ha emesso un ‘warning’. Immediato il crollo delle vendite.
…in America veniva comunemente accettato il fatto che ai bambini si dessero gli antidepressivi.
…Ma perché in America è scoppiata questa follia? Probabilmente, oltre al potere di convincimento delle industrie farmaceutiche, è stata decisiva la differenza del canale distributivo. Per i farmaci da prescrizione, quali sono chiaramente gli antidepressivi, il medico prepara un foglietto che il paziente consegna al farmacista. Quest’ultimo lo legge e prepara seduta stante una boccetta con il numero esatto delle pillole prescritte, e conclude attaccandoci un post-it con le istruzioni per la somministrazione. Non esiste, in pratica, il foglietto illustrativo…viene azzerata la possibilità di rendersi conto delle controindicazioni. "E poi c’è il fatto che, indipendentemente dall’età, quando si prescrive un antidepressivo bisogna anche impostare un’analisi profonda, il che in America avviene sempre meno perché le assicurazioni hanno tirato il freno su quest’ultima pratica, dicendo che è costosa e troppo lunga", ricorda l’analista Luisa Della Porta…
(Eugenio Occorsio sul supplemento Affari & Finanza di Repubblica del 17/10/2005
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L’uomo che permise all’occidente di sopportare se stesso. E’ morto a 97 anni Leo Sternbach, l’inventore del Valium e di molte altre benzodiazepine. Che hanno cambiato la vita degli occidentali a colpi di pillole.
…Nel 1963 fu la volta del Valium, tre volte più "tranquillizzante". La medicina cambiava sostanzialmente il proprio obiettivo: da "curare i malati" a "far vivere più serenamente". Di lì il diluvio delle droghe psicotrope che avrebbero posto le basi farmacologiche per rendere psicolabili intere popolazioni…
Fu una mania. Liz Taylor viaggiava abitualmente con un bicchiere di whisky in una mano e un flacone di Valium nell’altra. Le madri stressate presero a bombardare di pillole i figli "disturbatori"…Per Leo fu la consacrazione. A un certo punto il 28% dell’intero fatturato della Roche dipendeva dalle sue scoperte: 241 brevetti, 122 pubblicazioni, premi a non finire, l’ingresso nel novero degli americani più influenti del secolo. Cercava la pace e lo "star bene", contribuì a farne un business…
(Francesco Piccioni sul Manifesto del 2/10/2005)
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"I ragazzi sono molto diversi oggi, sento che ogni madre lo dice. La madre ha bisogno di qualcosa che la calmi. Anche se non sono realmente ammalate c’è una pillolina gialla per loro. Lei cerca rifugio in questo piccolo aiuto. E questo l’aiuta nella sua indaffarata (e incasinata) giornata". E’ Mother’s little helper che Mick Jagger dei Rolling Stones canta nel 1966…
(Roberto Suozzi sul Manifesto del 2/10/2005)
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…arriva in libreria la prima enciclopedia pop sugli psicofarmaci. Si chiama Psychofarmers (Isbn Edizioni, 16.50 euro) ed è una storia dalla A alla Z scritta da Pietro Adamo e Stefano Benzoni (docente di storia moderna il primo e neuropsichiatra infantile il secondo) e illustrata con pubblicità e slogan presenti e passati. Voci da leggere una dopo l’altra, o saltellando e seguendo i rimandi, per arrivare infine alla domanda messa nero su bianco e alla portata di tutti: che cosa curano gli psicofarmaci?
(Su D-La Repubblica delle Donne di Repubblica del 10/9/2005)
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"Ridere fa buon sangue" non è più solo saggezza popolare ma anche evidenza scientifica. A confermarlo è la psico-cardiologia, la scienza che studia le connessioni profonde tra emozioni e sistema cardiovascolare. E che dimostra come stress, depressione e aggressività facciano molte più vittime di quanto crediamo. E come invece le emozioni positive, riso in testa (anche solo 15 minuti al giorno), facciano bene diminuendo il rischio di infarti e allungando la vita.
…
La forza di una risata:
- aumento dell’ossigenazione del sangue
- ricambio della riserva d’aria nei polmoni
- stimolazione e produzione di serotonina ed endorfine
- stimolazione e produzione di anticorpi
- i movimenti del diaframma aumentano l’irrorazione sanguigna degli organi interni
- miglioramento del tono muscolare addominale.
Alti livelli di aggressività aumentano del 29% la possibilità di morire d’infarto (del 50% in persone sessantenni).
(Anne Underwood su La Repubblica del 10/10/2005)
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In Italia 800 mila adolescenti soffrono di depressione…il suicidio è la seconda causa di morte nella fascia tra 15 e 19 anni e la percentuale è triplicata negli ultimi 30 anni.
(Su Io donna, supplemento del Corriere della sera, 1/10/2005)
MC(2 di 2)
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Terzo Mondo
Ogni anno di istruzione ricevuta dalla madre corrisponde per i figli a un abbassamento del tasso di mortalità fra il 5 e il 10 per cento nei primi cinque anni di vita.
Ogni triennio di istruzione scolastica corrisponde a un figlio in meno per donna.
Un’esposizione delle donne al parto sopra i 18 anni e un minore numero di figli porterebbe i paesi in via di sviluppo a ridurre del 14% il tasso di povertà in 15 anni.
La mancanza di accesso alle politiche di contraccezione provoca ogni anno 76 milioni di gravidanze non desiderate e porta a 19 milioni di aborti.
(Dal Rapporto 2005 dell’Unpfa, il fondo ONU per la popolazione, su La Repubblica del 13/10/2005).
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Per anni è stato il modello da seguire. Si parlava di Aids, si parlava di Africa, di una situazione apparentemente senza speranza, ed ecco che spuntava quella piccola nota positiva, una luce in fondo al tunnel: 'Però c’è l’Uganda…'. Un punto nelle cartine dell’Africa occidentale, stretto fra i giganti Congo e Kenya, che si è guadagnato la notorietà e la stima internazionale proprio spezzando – caso unico nell’area – la spirale di morte dell’Aids: nel 2003 la percentuale di sieropositivi sul totale della popolazione era scesa al minimo storico, il 6 per cento, contro il 16 degli anni Ottanta.
I reportage della stampa internazionale raccontavano dell’uomo che aveva guidato l’Uganda verso questo traguardo, il presidente Yoweri Museveni, e della sua energica moglie, Janet, alla testa dell’ufficio governativo per la lotta al virus. E riconoscevano alla strategia denominata 'Abc', messa a punto dalla coppia presidenziale, il merito dei successi del Paese: Abstinence, Be faithful, Condom, recitavano, infatti, i manifesti nelle strade di Kampala. Siate casti, fedeli e usate il preservativo…
Oggi l’incantesimo si è spezzato…il presidente e sua moglie si sono trasformati, secondo le accuse delle Ong e delle Nazioni Unite, nei principali responsabili della crisi del programma anti-Aids e dell’aumento registrato nei primi mesi dell’anno del numero dei sieropositivi…
A entrare in crisi, nella famosa strategia 'Abc', è stata la terza gamba, la 'c' che sta per condom. In realtà, non è mai stato un mistero che Museveni e signora, legati ai gruppi più conservatori dei cristiani evangelici, non stravedessero per i profilattici. Ma nell’ultimo anno l’avversione è diventata guerra aperta…Solo l’intervento delle Nazioni Unite ha impedito che i preservativi gratuiti scomparissero del tutto in Uganda: attualmente venti milioni dei pezzi sono in distribuzione attraverso le agenzie Onu…
E i milioni di dollari inviati da Washington a Kampala proprio per la lotta all’Aids sarebbero la causa prima della guerra ai preservativi.
I protocolli americani, infatti, prevedono che buona parte dei finanziamenti debba essere investito in programmi di prevenzione basati sull’astinenza…
(Francesca Caferri sul Venerdì di Repubblica del 30/9/2005)
* * * * * * *
Le sette fondamentaliste americane alla conquista dell’Uganda.
Il messaggio dei 'rinati' è drastico e ingannevole: 'contro l’Aids solo astinenza, il condom non serve'…E rischiano di rovinare l’unico paese africano dove l’Aids era in regresso.
…Da qualche mese, la moglie del presidente ugandese – insieme ad alcuni altri gruppi legati ai fondamentalisti cristiani d’Oltreoceano – sta portando avanti una campagna aggressiva per promuovere 'l’attesa fino al matrimonio'. Un’operazione di marketing sociale finanziata in gran parte con soldi pubblici statunitensi…
Oltre alle campagne condotte nelle scuole dal Family Life Network, a colpi di disegni e di false informazioni, la crociata contro il condom si dispiega in Uganda in una serie di altre iniziative. Dopo varie esternazioni anti-profilattici, il governo ugandese ha nell’ottobre 2004 ritirato l’intero stock della principale marca di preservativi disponibili nel paese, l’Engabu (scudo). Il pretesto era che alcuni consumatori avevano avvertito un cattivo odore proveniente dal lattice.
…Una politica i cui obiettivi sono poi stati spiegati in modo esplicito dal ministro per la salute Alex Kamugisha, che ha dichiarato al Monitor (uno dei due principali giornali ugandesi): 'Vogliamo lentamente abbandonare i condom…'
(Stefano Liberti sul Manifesto del 6/7/2005)
* * * * * * *
…da mesi gli uffici studi dell’Onu dicono senza mezzi termini che di questo passo l’obiettivo di dimezzare il numero di persone che vivono in povertà entro il 2015…non sarà raggiunto. Chi di certo non resterà sorpreso è un signore dalla carnagione olivastra e dal viso tondo: C.K. Prahalad. Da anni questo economista indiano trapiantato negli Stati Uniti – insegna Affari internazionali alla University of Michigan Business school – invita l’Onu a fare marcia indietro: smettere di trattare i poveri da poveri e di riempirli di aiuti, è la sua idea. Cominciare a trattarli da consumatori, solo con meno soldi degli altri, la sua proposta.
In pochi mesi il punto di vista di Prahalad è diventato 'la' possibile alternativa ai fallimenti dei programmi di sviluppo degli ultimi anni: l’Economist ha definito il suo The Fortune at the Bottom of the Pyramid 'il miglior libro sul capitalismo e i poveri dai tempi del Mistero del capitale di Hernando de Soto', l’economista peruviano che per primo ha parlato dei meno abbienti come di potenziali ricchi. Il professore è stato chiamato a parlare al World Business Forum, meeting delle più innovative menti del mondo degli affari Usa; Bill Gates ha definito il suo libro un 'intrigante piano per sconfiggere la povertà facendo profitti'…
La sua ricetta è semplice: a fronte della feroce concorrenza fra le imprese per conquistare 'la cima della piramide'…esiste un’intera quota di mercato che è ancora vergine, terra di conquista che aspetta qualcuno che la scopra. La 'base della piramide', appunto, i quattro miliardi di esseri umani che vivono con meno di due dollari al giorno…Un mondo fatto di persone con limitate capacità di spesa, ma le cui necessità non sono ancora state soddisfatte: le società che ci riusciranno, argomenta l’economista, si troveranno di fronte un mercato potenzialmente illimitato. Per conquistarlo occorrono beni di prima necessità, messi in vendita a prezzi accessibili e sostenuti da una catena di distribuzione in grado di raggiungere anche zone difficili, come le baraccopoli o i villaggi di campagna…
E poi ci sono i protagonisti della 'rivoluzione monodose', come la chiama Prahalad: le ditte piccole e grandi che hanno messo a punto prodotti copia di quelli normali ma da usare una sola volta. Le loro micro-confezioni hanno conquistato uno dei mercati più vasti del 'fondo della piramide', l’India. Shampoo monodose, piccoli saponi, detersivi in microbottiglie, biscotti da pochi centesimi a confezione, succhi di frutta mignon da qualche anno sono parte fissa del paesaggio indiano, da Sud a Nord: una donna dal reddito limitato, che non può permettersi di comprare un’intera bottiglia di shampoo, può a volte, alla fine di una giornata di lavoro, acquistarne una quantità limitata…La ditta produttrice non guadagnerà molto dalla singola confezione, ma sommando i centesimi di quella vendita alle migliaia di altre il margine si farà sostanzioso, ragiona Prahalad. E non deve allontanarsi troppo dal vero se negli ultimi anni due giganti mondiali come Unilever e Procter & Gamble si sono gettati nel mercato dei prodotti monodose per i mercati dei paesi in via di sviluppo.
… 'Si tratta di dare ai poveri la possibilità di scegliere' scrive 'di non dipendere solamente da quello che trovano nei villaggi. L’economia di mercato finora non è esistita per chi sta alla base della piramide: se arriverà in una certa misura potrà portare enormi cambiamenti…'
(Francesca Caferri sul Venerdì di Repubblica del 26/8/2005)
…la tendenza riconosciuta è verso una costante diminuzione degli incidenti aerei. Negli ultimi cinque anni essi sono infatti diminuiti, a livello mondiale, del 50% rispetto ai cinque anni precedenti (e in questi ultimi anni vanno inseriti anche gli incidenti del terrorismo). Ovviamente tutto questo suona strano quando, in poco più di un mese, succedono quattro o cinque incidenti. Per questo vale infatti la pena esaminare più attentamente le statistiche. Queste ci dicono che il rischio di morire prendendo un volo aereo è di 1 probabilità su 13 milioni. Il problema è che questa statistica riguarda i voli aerei interni nei paesi sviluppati, nel Primo Mondo. Se si passa ai voli internazionali, sempre tra paesi del primo mondo, la percentuale di rischio, sempre bassissima, raddoppia, 1 probabilità su 6 milioni. Se poi si esaminano i voli tra paesi sviluppati e paesi del Terzo Mondo oppure i voli interni dei paesi sottosviluppati, il dato sulle probabilità di essere coinvolti in un incidente aereo mortale cambia radicalmente e diventa 12 volte più alto rispetto a quello dei voli internazionali e 20 volte più alto rispetto ai voli interni negli stessi paesi: 1 probabilità su 500 mila.
Anche a livello di sicurezza il divario tra aree ricche del mondo ed aree povere è notevolissimo e, si presume, in crescita. E non è un caso che la quasi totalità delle compagnie aeree inserite nelle varie 'black list' create dalle autorità di controllo appartengono all’area del sottosviluppo…
Ma non è detto che il problema non possa riguardare in un prossimo futuro anche le linee aeree della nostra parte del mondo. Le grandi compagnie aeree sono in una situazione finanziaria delicatissima…E se è vero che non si può assolutamente fare un’equazione difficoltà finanziarie-tagli alla sicurezza (i tagli sono di solito fatti sul personale e sui servizi accessori, come la qualità dei pasti), ci sono alcuni segnali inquietanti. Come quello denunciato un paio di anni fa dagli addetti alla manutenzione della United Airlines. La pratica dell’ outsourcing nel campo della manutenzione avrebbe portato a riparazioni affrettate e superficiali, a verbali di riparazione firmati dalle segretarie, a pressioni sui meccanici per 'dimenticare' ispezioni che potevano mettere in luce guai seri. E al licenziamento di Mark Sassman, il meccanico che aveva denunciato tutto questo.
(A.R. sul Manifesto del 25/8/2005
Ogni triennio di istruzione scolastica corrisponde a un figlio in meno per donna.
Un’esposizione delle donne al parto sopra i 18 anni e un minore numero di figli porterebbe i paesi in via di sviluppo a ridurre del 14% il tasso di povertà in 15 anni.
La mancanza di accesso alle politiche di contraccezione provoca ogni anno 76 milioni di gravidanze non desiderate e porta a 19 milioni di aborti.
(Dal Rapporto 2005 dell’Unpfa, il fondo ONU per la popolazione, su La Repubblica del 13/10/2005).
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Per anni è stato il modello da seguire. Si parlava di Aids, si parlava di Africa, di una situazione apparentemente senza speranza, ed ecco che spuntava quella piccola nota positiva, una luce in fondo al tunnel: 'Però c’è l’Uganda…'. Un punto nelle cartine dell’Africa occidentale, stretto fra i giganti Congo e Kenya, che si è guadagnato la notorietà e la stima internazionale proprio spezzando – caso unico nell’area – la spirale di morte dell’Aids: nel 2003 la percentuale di sieropositivi sul totale della popolazione era scesa al minimo storico, il 6 per cento, contro il 16 degli anni Ottanta.
I reportage della stampa internazionale raccontavano dell’uomo che aveva guidato l’Uganda verso questo traguardo, il presidente Yoweri Museveni, e della sua energica moglie, Janet, alla testa dell’ufficio governativo per la lotta al virus. E riconoscevano alla strategia denominata 'Abc', messa a punto dalla coppia presidenziale, il merito dei successi del Paese: Abstinence, Be faithful, Condom, recitavano, infatti, i manifesti nelle strade di Kampala. Siate casti, fedeli e usate il preservativo…
Oggi l’incantesimo si è spezzato…il presidente e sua moglie si sono trasformati, secondo le accuse delle Ong e delle Nazioni Unite, nei principali responsabili della crisi del programma anti-Aids e dell’aumento registrato nei primi mesi dell’anno del numero dei sieropositivi…
A entrare in crisi, nella famosa strategia 'Abc', è stata la terza gamba, la 'c' che sta per condom. In realtà, non è mai stato un mistero che Museveni e signora, legati ai gruppi più conservatori dei cristiani evangelici, non stravedessero per i profilattici. Ma nell’ultimo anno l’avversione è diventata guerra aperta…Solo l’intervento delle Nazioni Unite ha impedito che i preservativi gratuiti scomparissero del tutto in Uganda: attualmente venti milioni dei pezzi sono in distribuzione attraverso le agenzie Onu…
E i milioni di dollari inviati da Washington a Kampala proprio per la lotta all’Aids sarebbero la causa prima della guerra ai preservativi.
I protocolli americani, infatti, prevedono che buona parte dei finanziamenti debba essere investito in programmi di prevenzione basati sull’astinenza…
(Francesca Caferri sul Venerdì di Repubblica del 30/9/2005)
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Le sette fondamentaliste americane alla conquista dell’Uganda.
Il messaggio dei 'rinati' è drastico e ingannevole: 'contro l’Aids solo astinenza, il condom non serve'…E rischiano di rovinare l’unico paese africano dove l’Aids era in regresso.
…Da qualche mese, la moglie del presidente ugandese – insieme ad alcuni altri gruppi legati ai fondamentalisti cristiani d’Oltreoceano – sta portando avanti una campagna aggressiva per promuovere 'l’attesa fino al matrimonio'. Un’operazione di marketing sociale finanziata in gran parte con soldi pubblici statunitensi…
Oltre alle campagne condotte nelle scuole dal Family Life Network, a colpi di disegni e di false informazioni, la crociata contro il condom si dispiega in Uganda in una serie di altre iniziative. Dopo varie esternazioni anti-profilattici, il governo ugandese ha nell’ottobre 2004 ritirato l’intero stock della principale marca di preservativi disponibili nel paese, l’Engabu (scudo). Il pretesto era che alcuni consumatori avevano avvertito un cattivo odore proveniente dal lattice.
…Una politica i cui obiettivi sono poi stati spiegati in modo esplicito dal ministro per la salute Alex Kamugisha, che ha dichiarato al Monitor (uno dei due principali giornali ugandesi): 'Vogliamo lentamente abbandonare i condom…'
(Stefano Liberti sul Manifesto del 6/7/2005)
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…da mesi gli uffici studi dell’Onu dicono senza mezzi termini che di questo passo l’obiettivo di dimezzare il numero di persone che vivono in povertà entro il 2015…non sarà raggiunto. Chi di certo non resterà sorpreso è un signore dalla carnagione olivastra e dal viso tondo: C.K. Prahalad. Da anni questo economista indiano trapiantato negli Stati Uniti – insegna Affari internazionali alla University of Michigan Business school – invita l’Onu a fare marcia indietro: smettere di trattare i poveri da poveri e di riempirli di aiuti, è la sua idea. Cominciare a trattarli da consumatori, solo con meno soldi degli altri, la sua proposta.
In pochi mesi il punto di vista di Prahalad è diventato 'la' possibile alternativa ai fallimenti dei programmi di sviluppo degli ultimi anni: l’Economist ha definito il suo The Fortune at the Bottom of the Pyramid 'il miglior libro sul capitalismo e i poveri dai tempi del Mistero del capitale di Hernando de Soto', l’economista peruviano che per primo ha parlato dei meno abbienti come di potenziali ricchi. Il professore è stato chiamato a parlare al World Business Forum, meeting delle più innovative menti del mondo degli affari Usa; Bill Gates ha definito il suo libro un 'intrigante piano per sconfiggere la povertà facendo profitti'…
La sua ricetta è semplice: a fronte della feroce concorrenza fra le imprese per conquistare 'la cima della piramide'…esiste un’intera quota di mercato che è ancora vergine, terra di conquista che aspetta qualcuno che la scopra. La 'base della piramide', appunto, i quattro miliardi di esseri umani che vivono con meno di due dollari al giorno…Un mondo fatto di persone con limitate capacità di spesa, ma le cui necessità non sono ancora state soddisfatte: le società che ci riusciranno, argomenta l’economista, si troveranno di fronte un mercato potenzialmente illimitato. Per conquistarlo occorrono beni di prima necessità, messi in vendita a prezzi accessibili e sostenuti da una catena di distribuzione in grado di raggiungere anche zone difficili, come le baraccopoli o i villaggi di campagna…
E poi ci sono i protagonisti della 'rivoluzione monodose', come la chiama Prahalad: le ditte piccole e grandi che hanno messo a punto prodotti copia di quelli normali ma da usare una sola volta. Le loro micro-confezioni hanno conquistato uno dei mercati più vasti del 'fondo della piramide', l’India. Shampoo monodose, piccoli saponi, detersivi in microbottiglie, biscotti da pochi centesimi a confezione, succhi di frutta mignon da qualche anno sono parte fissa del paesaggio indiano, da Sud a Nord: una donna dal reddito limitato, che non può permettersi di comprare un’intera bottiglia di shampoo, può a volte, alla fine di una giornata di lavoro, acquistarne una quantità limitata…La ditta produttrice non guadagnerà molto dalla singola confezione, ma sommando i centesimi di quella vendita alle migliaia di altre il margine si farà sostanzioso, ragiona Prahalad. E non deve allontanarsi troppo dal vero se negli ultimi anni due giganti mondiali come Unilever e Procter & Gamble si sono gettati nel mercato dei prodotti monodose per i mercati dei paesi in via di sviluppo.
… 'Si tratta di dare ai poveri la possibilità di scegliere' scrive 'di non dipendere solamente da quello che trovano nei villaggi. L’economia di mercato finora non è esistita per chi sta alla base della piramide: se arriverà in una certa misura potrà portare enormi cambiamenti…'
(Francesca Caferri sul Venerdì di Repubblica del 26/8/2005)
…la tendenza riconosciuta è verso una costante diminuzione degli incidenti aerei. Negli ultimi cinque anni essi sono infatti diminuiti, a livello mondiale, del 50% rispetto ai cinque anni precedenti (e in questi ultimi anni vanno inseriti anche gli incidenti del terrorismo). Ovviamente tutto questo suona strano quando, in poco più di un mese, succedono quattro o cinque incidenti. Per questo vale infatti la pena esaminare più attentamente le statistiche. Queste ci dicono che il rischio di morire prendendo un volo aereo è di 1 probabilità su 13 milioni. Il problema è che questa statistica riguarda i voli aerei interni nei paesi sviluppati, nel Primo Mondo. Se si passa ai voli internazionali, sempre tra paesi del primo mondo, la percentuale di rischio, sempre bassissima, raddoppia, 1 probabilità su 6 milioni. Se poi si esaminano i voli tra paesi sviluppati e paesi del Terzo Mondo oppure i voli interni dei paesi sottosviluppati, il dato sulle probabilità di essere coinvolti in un incidente aereo mortale cambia radicalmente e diventa 12 volte più alto rispetto a quello dei voli internazionali e 20 volte più alto rispetto ai voli interni negli stessi paesi: 1 probabilità su 500 mila.
Anche a livello di sicurezza il divario tra aree ricche del mondo ed aree povere è notevolissimo e, si presume, in crescita. E non è un caso che la quasi totalità delle compagnie aeree inserite nelle varie 'black list' create dalle autorità di controllo appartengono all’area del sottosviluppo…
Ma non è detto che il problema non possa riguardare in un prossimo futuro anche le linee aeree della nostra parte del mondo. Le grandi compagnie aeree sono in una situazione finanziaria delicatissima…E se è vero che non si può assolutamente fare un’equazione difficoltà finanziarie-tagli alla sicurezza (i tagli sono di solito fatti sul personale e sui servizi accessori, come la qualità dei pasti), ci sono alcuni segnali inquietanti. Come quello denunciato un paio di anni fa dagli addetti alla manutenzione della United Airlines. La pratica dell’ outsourcing nel campo della manutenzione avrebbe portato a riparazioni affrettate e superficiali, a verbali di riparazione firmati dalle segretarie, a pressioni sui meccanici per 'dimenticare' ispezioni che potevano mettere in luce guai seri. E al licenziamento di Mark Sassman, il meccanico che aveva denunciato tutto questo.
(A.R. sul Manifesto del 25/8/2005
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Trashware
Nuove norme UE. Prodotti elettronici, venditori obbligati a ritirare gli scarti.
La crescita del volume di computer, stampanti, fax, cellulari venduti ogni anno è incessante e spesso sottolineata. Meno visibile è l’altra faccia della medaglia: le discariche che si riempiono di materiali che, abbandonati a se stessi, costituiscono un problema, mentre riciclati diventerebbero una fonte di reddito.
Dal 13 agosto qualcosa dovrebbe essere cambiato con l’introduzione della normativa chiamata Raee (prodotti elettrotecnici ed elettronici), la direttiva che l’Europa ha voluto per rendere operativi alcuni target. Il principale di questi obiettivi, da realizzare entro il dicembre 2006, è una raccolta separata di rifiuti elettrici ed elettronici pari a 4 chili pro capite.
…Prevede il principio del free take back, cioè i rivenditori, quando vendono un nuovo prodotto, devono ritirare gratuitamente i rifiuti di apparecchiature elettrotecniche ed elettroniche…
(a.cian. sul supplemento Affari & Finanza di Repubblica del 24/10/2005)
* * * * * * *
Non sembra ma è possibile. Con il trashware. Un nuovo motivo per metter su una cooperativa. L’idea è semplice: si recuperano personal computer (pc) ancora validi dalle discariche, si riqualificano con software libero e si distribuiscono a categorie svantaggiate e a organizzazioni sociali che non possono permettersi l’acquisto di pc nuovi. I trashweristi contribuiscono così alla salvaguardia ambientale combattendo anche l’infopoverty. Ogni anno vengono buttati milioni di pc contenenti tonnellate di cadmio, piombo e mercurio. Software sempre più inutili e complessi, sfornati a getto continuo dal mercato, necessitano di hardware sempre più potenti (anche se scrittura, navigazione e posta esauriscono, per l’utente medio, i compiti di un pc). Recuperare, reinstallare (software libero) e ridistribuire, ecco le tre erre per i pc. Binario etico, ad esempio, è una cooperativa che raccoglie, riqualifica e ridistribuisce pc a biblioteche e associazioni della periferia di Roma.
Trashware.linux.it/wiki/Gruppi
(Su Carta n.37/2005)
* * * * * *
Il ‘portale del riuso’ per evitare sprechi nella p.a. Sarà gestito dal Cnipa e potrà portare risparmi dal 10 al 30 per cento negli acquisti di software per gli uffici pubblici.
…Fra le iniziative per migliorare la qualità dei servizi, Lucio Stanca (ministro per l’Innovazione, ndr) ha annunciato il Portale del Riuso, realizzato dal Cnipa – Centro Nazionale per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione. Si tratta di un sistema la cui logica è di riutilizzare ed adattare alle diverse esigenze, software ed applicativi già esistenti ed utilizzati dal settore pubblico. L’iniziativa, che nasce per rispondere alle attese dei cittadini, deriva dal decreto presidenziale firmato il 31 maggio scorso, relativo alla razionalizzazione in merito all’uso delle applicazioni informatiche.
Con il provvedimento si sono individuati gli obiettivi del miglioramento dell’efficienza operativa dell’amministrazione e di contenimento della spesa pubblica. Per favorire il processo, il Cnipa oltre al portale ha attivato un centro di competenza per il riuso con un ruolo di gestione, promozione e consulenza. "Si potrà attingere ad un catalogo dei programmi già prodotti e riutilizzare o condividere software esistenti razionalizzando le spese e riorientando le risorse verso settori non informatizzati", spiega Livio Zoffoli, presidente del Cnipa…
Le analisi effettuate mostrano che la convenienza economica del riuso passa da qualche punto percentuale della spesa nel caso del riuso semplice, fino al 30-40% nel caso di forme più articolate in cui si condividono fra più amministrazioni le attività di manutenzione e di esercizio del software…
(S. M. Busetti sul supplemento Affari & Finanza di Repubblica del 24/10/2005)
* * * * * * * *
Riciclare è diventata più che una moda una necessità. Ma la novità è che lo si fa con un certo senso estetico. Nuovi materiali ottenuti dalla prima vita di telefoni cellulari, cavi elettrici, cd, pneumatici, giornali, bottiglie, flaconi, lattine, mobili, tappi di bottiglie. Tutto ciò si trasforma e rinasce con una nuova identità, pronto per reincarnarsi in un prodotto di design. Per chi avesse dei dubbi Matrec (www.matrec.it), la prima banca dati gratuita online sui prodotti e materiali riciclati, si è messa in mostra al pubblico in occasione di Ecofatto, all’interno della fiera Ecomondo che si è appena svolta a Rimini…
(Sul supplemento Affari & Finanza di Repubblica del 31/10/2005)
* * * * * * * *
La Cina, l’India e l’Africa si stanno trasformando nelle pattumiere digitali del mondo…
Lo scorso agosto Greenpeace ha pubblicato un rapporto sugli e-waste, i rifiuti elettronici smaltiti in Cina e in India, dal quale risulta un alto livello di contaminazione del suolo e delle acque…Sono emersi livelli allarmanti di metalli pesanti usati nell’industria elettronica e di sostanze chimiche pericolose. Si tratta di una contaminazione in grado di provocare rischi per la salute, dal cancro a danni del sistema nervoso.
…Di recente la stessa Cina ha promulgato un bando sull’importazione di numerose categorie di rifiuti digitali. Ma molto resta ancora da fare. La Gran Bretagna, ad esempio, ha annunciato che non potrà applicare almeno fino al 2006 la direttiva europea sul trattamento dei rifiuti elettronici ed elettrici (Weee). Gli altri paesi nei confronti dei quali l’Ue ha annunciato l’apertura di una procedura di infrazione per il mancato recepimento della norma sono Estonia, Finlandia, Francia, Grecia, Malta, Polonia e anche l’Italia.
(m.r. sul supplemento Affari & Finanza di Repubblica del 31/10/2005)
MC
La crescita del volume di computer, stampanti, fax, cellulari venduti ogni anno è incessante e spesso sottolineata. Meno visibile è l’altra faccia della medaglia: le discariche che si riempiono di materiali che, abbandonati a se stessi, costituiscono un problema, mentre riciclati diventerebbero una fonte di reddito.
Dal 13 agosto qualcosa dovrebbe essere cambiato con l’introduzione della normativa chiamata Raee (prodotti elettrotecnici ed elettronici), la direttiva che l’Europa ha voluto per rendere operativi alcuni target. Il principale di questi obiettivi, da realizzare entro il dicembre 2006, è una raccolta separata di rifiuti elettrici ed elettronici pari a 4 chili pro capite.
…Prevede il principio del free take back, cioè i rivenditori, quando vendono un nuovo prodotto, devono ritirare gratuitamente i rifiuti di apparecchiature elettrotecniche ed elettroniche…
(a.cian. sul supplemento Affari & Finanza di Repubblica del 24/10/2005)
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Non sembra ma è possibile. Con il trashware. Un nuovo motivo per metter su una cooperativa. L’idea è semplice: si recuperano personal computer (pc) ancora validi dalle discariche, si riqualificano con software libero e si distribuiscono a categorie svantaggiate e a organizzazioni sociali che non possono permettersi l’acquisto di pc nuovi. I trashweristi contribuiscono così alla salvaguardia ambientale combattendo anche l’infopoverty. Ogni anno vengono buttati milioni di pc contenenti tonnellate di cadmio, piombo e mercurio. Software sempre più inutili e complessi, sfornati a getto continuo dal mercato, necessitano di hardware sempre più potenti (anche se scrittura, navigazione e posta esauriscono, per l’utente medio, i compiti di un pc). Recuperare, reinstallare (software libero) e ridistribuire, ecco le tre erre per i pc. Binario etico, ad esempio, è una cooperativa che raccoglie, riqualifica e ridistribuisce pc a biblioteche e associazioni della periferia di Roma.
Trashware.linux.it/wiki/Gruppi
(Su Carta n.37/2005)
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Il ‘portale del riuso’ per evitare sprechi nella p.a. Sarà gestito dal Cnipa e potrà portare risparmi dal 10 al 30 per cento negli acquisti di software per gli uffici pubblici.
…Fra le iniziative per migliorare la qualità dei servizi, Lucio Stanca (ministro per l’Innovazione, ndr) ha annunciato il Portale del Riuso, realizzato dal Cnipa – Centro Nazionale per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione. Si tratta di un sistema la cui logica è di riutilizzare ed adattare alle diverse esigenze, software ed applicativi già esistenti ed utilizzati dal settore pubblico. L’iniziativa, che nasce per rispondere alle attese dei cittadini, deriva dal decreto presidenziale firmato il 31 maggio scorso, relativo alla razionalizzazione in merito all’uso delle applicazioni informatiche.
Con il provvedimento si sono individuati gli obiettivi del miglioramento dell’efficienza operativa dell’amministrazione e di contenimento della spesa pubblica. Per favorire il processo, il Cnipa oltre al portale ha attivato un centro di competenza per il riuso con un ruolo di gestione, promozione e consulenza. "Si potrà attingere ad un catalogo dei programmi già prodotti e riutilizzare o condividere software esistenti razionalizzando le spese e riorientando le risorse verso settori non informatizzati", spiega Livio Zoffoli, presidente del Cnipa…
Le analisi effettuate mostrano che la convenienza economica del riuso passa da qualche punto percentuale della spesa nel caso del riuso semplice, fino al 30-40% nel caso di forme più articolate in cui si condividono fra più amministrazioni le attività di manutenzione e di esercizio del software…
(S. M. Busetti sul supplemento Affari & Finanza di Repubblica del 24/10/2005)
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Riciclare è diventata più che una moda una necessità. Ma la novità è che lo si fa con un certo senso estetico. Nuovi materiali ottenuti dalla prima vita di telefoni cellulari, cavi elettrici, cd, pneumatici, giornali, bottiglie, flaconi, lattine, mobili, tappi di bottiglie. Tutto ciò si trasforma e rinasce con una nuova identità, pronto per reincarnarsi in un prodotto di design. Per chi avesse dei dubbi Matrec (www.matrec.it), la prima banca dati gratuita online sui prodotti e materiali riciclati, si è messa in mostra al pubblico in occasione di Ecofatto, all’interno della fiera Ecomondo che si è appena svolta a Rimini…
(Sul supplemento Affari & Finanza di Repubblica del 31/10/2005)
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La Cina, l’India e l’Africa si stanno trasformando nelle pattumiere digitali del mondo…
Lo scorso agosto Greenpeace ha pubblicato un rapporto sugli e-waste, i rifiuti elettronici smaltiti in Cina e in India, dal quale risulta un alto livello di contaminazione del suolo e delle acque…Sono emersi livelli allarmanti di metalli pesanti usati nell’industria elettronica e di sostanze chimiche pericolose. Si tratta di una contaminazione in grado di provocare rischi per la salute, dal cancro a danni del sistema nervoso.
…Di recente la stessa Cina ha promulgato un bando sull’importazione di numerose categorie di rifiuti digitali. Ma molto resta ancora da fare. La Gran Bretagna, ad esempio, ha annunciato che non potrà applicare almeno fino al 2006 la direttiva europea sul trattamento dei rifiuti elettronici ed elettrici (Weee). Gli altri paesi nei confronti dei quali l’Ue ha annunciato l’apertura di una procedura di infrazione per il mancato recepimento della norma sono Estonia, Finlandia, Francia, Grecia, Malta, Polonia e anche l’Italia.
(m.r. sul supplemento Affari & Finanza di Repubblica del 31/10/2005)
MC
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Le città parlano - 2
Meta obbligata dei protagonisti della cultura del XX secolo, Città del Messico ammaliò Majakovskij come Bréton e Artaud, sviluppò un proprio movimento contemporaneo al futurismo e che si volle denominare "Estridentismo", dopo aver dato vita alla pittura muralista il cui massimo protagonista, Diego Rivera, si ispirava più a Giotto e alle policromie degli indios che alle contemporanee correnti artistiche europee…(nella foto un murales di Rivera) Nell’ultimo decennio, mentre l’Europa si assopiva perdendo qualsiasi primato come punto di riferimento creativo, Città del Messico manifestava un risveglio artistico che l’avrebbe proiettata ai primi posti fra le capitali culturalmente vive…all’avanguardia anche in settori fino a ieri insospettabili, come ad esempio la grafica, al punto da istituire una Biennale a cui partecipano le più famose firme di Stati Uniti, Giappone ed Europa.
(Pino Cacucci, "La polvere del Messico")
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L’amministrazione della megalopoli più grande del mondo è riuscita ad avviare un programma unico in tutto il Messico…nello stato conosciuto come Districto Federal, che ingloba la gigantesca Città del Messico, alcune cittadine conurbate e diverse decine di piccoli paesi, esistono ben 88.000 ettari con potenziale uso rurale, dei quali 22.000 con vocazione e prospettive agricole…
Cinque anni fa, grazie all’entusiasmo e alla professionalità di una donna, Columba Lopez Gutierrez, attuale incaricata dei programmi di agricoltura ecologica e del commercio sostenibile di Città del Messico, nasceva un progetto di valorizzazione del settore intelligente e futurista, tutto costruito sullo sviluppo dell’agricoltura biologica e della creazione di reti di consumatori. La scorsa settimana il progetto è entrato in una nuova fase: è stato presentato in modo ufficiale il marchio biologico Sello Verde ("Marchio Verde"), per il quale sono state accreditate tre agenzie di certificazione, fra cui una in relazione diretta con l’italiana Bioagricoop: ormai, centinaia di piccoli produttori potranno iniziare a commercializzare le proprie produzioni biologiche. Già esistono 168 ettari di produzioni, dei 1800 ettari che secondo i progetti sono destinati al programma di produzione biologica.
Un progetto quasi incredibile nella attuale realtà messicana, che ha coinvolto, attraverso anni di lavoro, cittadini, scuole, associazioni di quartiere, gruppi di donne, giovani, disoccupati, piccoli produttori. Il progetto di Città del Messico stabilisce dei criteri ambientali "pilota" per tutto il paese…le catene di distribuzione saranno soprattutto per quartiere attraverso i mercati popolari e i negozi, con produzioni" dal produttore al consumatore", a prezzi accessibili…
(Fulvio Gioanetto sul Manifesto del 21/5/2005)
* * * * * * *
Miami sarà sì un gigante economico, ma è di sicuro un nano culturale. E’ quasi impossibile trovare una libreria decente: la produzione di film e libri è bassissima e di bassa qualità… "L’anti-intellettualismo è tale", mi dice Max Stoller, giovane attivista politico, "che se per strada ti vedono con un libro in mano, diventano sospettosi".
(Marco D’Eramo, sul supplemento D-Repubblica delle Donne di Repubblica
del 20/11/2004)
* * * * * *
Un’idea diversa per Bagnoli. Di più: una Bagnoli eco-compatibile. Progetto davvero ambizioso quello strutturato dall’ingegnere edile Valerio Siniscalco, 28 anni, laureatosi dieci giorni fa, e dal suo relatore Ferruccio Ferrigni dell’università Federico II: una coraggiosa tesi di laurea, con un titolo insolito: Dalla città energivora alla città energigena. Il modello desta interesse, sia per l’impiego delle più svariate forme di energia rinnovabile, sia per la sua reale fattibilità. La Bagnoli sostenibile nasce, infatti, da una serie di integrazioni apportate al Piano urbano territoriale approvato dal Comune prima dell’estate. Senza stravolgerlo, immaginando una serie di misure strutturali capaci di ridurre gli sprechi, di rendere il quartiere autosufficiente dal punto di vista energetico. Saltano subito agli occhi i temi sul ciclo integrato dei rifiuti e il contenimento nell’utilizzo della risorsa acqua. Si punta molto su raccolta differenziata e sui centri di riutilizzo di quartiere dei rifiuti riciclati per plastica, carta, vetro e compost, ossia gli scarti organici. Questi ultimi, andrebbero ad alimentare una centrale sotterranea che produce gas naturale a costo quasi zero, utile per le cucine domestiche e per i mezzi pubblici necessari. Secondo il progetto, il riscaldamento delle abitazioni e dell’acqua calda si sostituirà con un teleriscaldamento. Protagonista una centrale geotermica, che sfrutta una falda sotterranea presente a Bagnoli e un "camino biomassa", utile a riscaldare ulteriormente l’acqua fino a renderla funzionale all’utilizzo domestico. Nel camino bruciano i residui delle potature degli alberi e altro materiale non inquinante. Il quartiere energigeno ha anche un’altra importante ed attuale priorità: la gestione del ciclo combinato delle acque. In pratica, il recupero delle acque piovane attraverso vari sistemi – pavimenti porosi e grondaie – e riutilizzo degli scarichi domestici; il tutto fito-depurato…E l’elettricità? Compito dell’energia solare. Sui tetti delle abitazioni, degli uffici, dei centri di ricerca non più mattonelle e guaine inquinanti ma pannelli fotovoltaici…
A questo si aggiungono le soluzioni di "bioarchitettura"…
Restando sul Vecchio continente, l’approccio più vicino al progetto per la Bagnoli ecocompatibile è stato adottato nel quartiere Hummarby a Stoccolma. Da decenni, altre città europee come Amsterdam, Helsinki, Londra, Monaco e Stoccarda sperimentano forme di pianificazione sostenibile…
(F. Basile e A. Spadaro su Metrovie, supplemento campano del Manifesto, 7/10/2005)
* * * * * * *
E le città, nel tempo della perdita di poteri e senso dello stato nazionale a scapito di organismi sopranazionali (Banca mondiale, Wto, G8), possono tornare a giocare un ruolo fondamentale sul piano dell’auto-organizzazione locale, dei processi di democrazia partecipativa e nella cura, difesa e rilancio dei beni comuni. Per questo non possiamo non dirci neomunicipalisti, per questo riteniamo l’ambito comunale quello ideale per dispiegare conflitto e progetto…una rete planetaria di comunità insorgenti in grado di scambiare saperi, prassi, culture e opportunità.
(Massimiliano Smeriglio, Presidente del Municipio Roma XI, sull’Almanacco Carta Etc. n.2/2005)
MC
(Pino Cacucci, "La polvere del Messico")
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L’amministrazione della megalopoli più grande del mondo è riuscita ad avviare un programma unico in tutto il Messico…nello stato conosciuto come Districto Federal, che ingloba la gigantesca Città del Messico, alcune cittadine conurbate e diverse decine di piccoli paesi, esistono ben 88.000 ettari con potenziale uso rurale, dei quali 22.000 con vocazione e prospettive agricole…
Cinque anni fa, grazie all’entusiasmo e alla professionalità di una donna, Columba Lopez Gutierrez, attuale incaricata dei programmi di agricoltura ecologica e del commercio sostenibile di Città del Messico, nasceva un progetto di valorizzazione del settore intelligente e futurista, tutto costruito sullo sviluppo dell’agricoltura biologica e della creazione di reti di consumatori. La scorsa settimana il progetto è entrato in una nuova fase: è stato presentato in modo ufficiale il marchio biologico Sello Verde ("Marchio Verde"), per il quale sono state accreditate tre agenzie di certificazione, fra cui una in relazione diretta con l’italiana Bioagricoop: ormai, centinaia di piccoli produttori potranno iniziare a commercializzare le proprie produzioni biologiche. Già esistono 168 ettari di produzioni, dei 1800 ettari che secondo i progetti sono destinati al programma di produzione biologica.
Un progetto quasi incredibile nella attuale realtà messicana, che ha coinvolto, attraverso anni di lavoro, cittadini, scuole, associazioni di quartiere, gruppi di donne, giovani, disoccupati, piccoli produttori. Il progetto di Città del Messico stabilisce dei criteri ambientali "pilota" per tutto il paese…le catene di distribuzione saranno soprattutto per quartiere attraverso i mercati popolari e i negozi, con produzioni" dal produttore al consumatore", a prezzi accessibili…
(Fulvio Gioanetto sul Manifesto del 21/5/2005)
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Miami sarà sì un gigante economico, ma è di sicuro un nano culturale. E’ quasi impossibile trovare una libreria decente: la produzione di film e libri è bassissima e di bassa qualità… "L’anti-intellettualismo è tale", mi dice Max Stoller, giovane attivista politico, "che se per strada ti vedono con un libro in mano, diventano sospettosi".
(Marco D’Eramo, sul supplemento D-Repubblica delle Donne di Repubblica
del 20/11/2004)
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Un’idea diversa per Bagnoli. Di più: una Bagnoli eco-compatibile. Progetto davvero ambizioso quello strutturato dall’ingegnere edile Valerio Siniscalco, 28 anni, laureatosi dieci giorni fa, e dal suo relatore Ferruccio Ferrigni dell’università Federico II: una coraggiosa tesi di laurea, con un titolo insolito: Dalla città energivora alla città energigena. Il modello desta interesse, sia per l’impiego delle più svariate forme di energia rinnovabile, sia per la sua reale fattibilità. La Bagnoli sostenibile nasce, infatti, da una serie di integrazioni apportate al Piano urbano territoriale approvato dal Comune prima dell’estate. Senza stravolgerlo, immaginando una serie di misure strutturali capaci di ridurre gli sprechi, di rendere il quartiere autosufficiente dal punto di vista energetico. Saltano subito agli occhi i temi sul ciclo integrato dei rifiuti e il contenimento nell’utilizzo della risorsa acqua. Si punta molto su raccolta differenziata e sui centri di riutilizzo di quartiere dei rifiuti riciclati per plastica, carta, vetro e compost, ossia gli scarti organici. Questi ultimi, andrebbero ad alimentare una centrale sotterranea che produce gas naturale a costo quasi zero, utile per le cucine domestiche e per i mezzi pubblici necessari. Secondo il progetto, il riscaldamento delle abitazioni e dell’acqua calda si sostituirà con un teleriscaldamento. Protagonista una centrale geotermica, che sfrutta una falda sotterranea presente a Bagnoli e un "camino biomassa", utile a riscaldare ulteriormente l’acqua fino a renderla funzionale all’utilizzo domestico. Nel camino bruciano i residui delle potature degli alberi e altro materiale non inquinante. Il quartiere energigeno ha anche un’altra importante ed attuale priorità: la gestione del ciclo combinato delle acque. In pratica, il recupero delle acque piovane attraverso vari sistemi – pavimenti porosi e grondaie – e riutilizzo degli scarichi domestici; il tutto fito-depurato…E l’elettricità? Compito dell’energia solare. Sui tetti delle abitazioni, degli uffici, dei centri di ricerca non più mattonelle e guaine inquinanti ma pannelli fotovoltaici…
A questo si aggiungono le soluzioni di "bioarchitettura"…
Restando sul Vecchio continente, l’approccio più vicino al progetto per la Bagnoli ecocompatibile è stato adottato nel quartiere Hummarby a Stoccolma. Da decenni, altre città europee come Amsterdam, Helsinki, Londra, Monaco e Stoccarda sperimentano forme di pianificazione sostenibile…
(F. Basile e A. Spadaro su Metrovie, supplemento campano del Manifesto, 7/10/2005)
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E le città, nel tempo della perdita di poteri e senso dello stato nazionale a scapito di organismi sopranazionali (Banca mondiale, Wto, G8), possono tornare a giocare un ruolo fondamentale sul piano dell’auto-organizzazione locale, dei processi di democrazia partecipativa e nella cura, difesa e rilancio dei beni comuni. Per questo non possiamo non dirci neomunicipalisti, per questo riteniamo l’ambito comunale quello ideale per dispiegare conflitto e progetto…una rete planetaria di comunità insorgenti in grado di scambiare saperi, prassi, culture e opportunità.
(Massimiliano Smeriglio, Presidente del Municipio Roma XI, sull’Almanacco Carta Etc. n.2/2005)
MC
Le città parlano
Berlino è la città che rappresenta con più forza il nesso esistente fra l’architettura e l’ideologia. Nel corso dei secoli i governanti hanno più volte introdotto nuovi stili per spazzare via quelli vecchi…Negli anni Cinquanta e Sessanta il rifiuto dell’architettura tradizionale fu una scelta precisa. Nasceva dalla mentalità della Stunde Null, l’ "ora zero", che imponeva di tirare un frego sul passato della Germania e ricominciare da capo…furono demoliti centinaia di edifici danneggiati soltanto in parte, che avrebbero potuto benissimo essere recuperati…Andarono così perduti molti tesori…
A ispirare tanta furia distruttiva era il desiderio dei tedeschi di recidere il legame con il passato nazista. Tutti gli stili tradizionali, "contaminati", dovevano sparire per lasciare il posto al modernismo internazionale, che appariva politicamente corretto perché era nato negli Stati Uniti…
(Alexandra Richie, "Berlino – storia di una metropoli")
* * * * * *
Certo, la periferia somiglia ancora a Calcutta. Ma in centro è tutto un altro film. Palazzi zebrati, casermoni rosa e viola, baracche sbancate per recuperare la passeggiata lungo il fiume. Per il giovane sindaco, il nuovo look della capitale albanese è un segnale di riscossa. A tinte forti.
Come si diventa il "Miglior sindaco al mondo"? La ricetta di Edi Rama, detentore del titolo (assegnato annualmente con una votazione on line) e vulcanico primo cittadino di Tirana, è semplice: date un po’ di colore al grigiore quotidiano e anche l’umore dei vostri concittadini cambierà. In pratica: vernici e pennello in mano agli studenti delle scuole d’arte, e i grigi casermoni d’epoca comunista che erano l’orrendo biglietto da visita della capitale albanese si sono trasformati in tavolozze naïf dai colori sgargianti. Con quattro soldi, la città ha cambiato faccia…Il prestigioso Art in America le ha addirittura dedicato la copertina, il governatore della Puglia in una recente intervista a Io donna ne ha elogiato la rinascita e architetti di grido le stanno disegnando uno skyline ipermoderno. Solo un furbo maquillage?…
"L’operazione dei colori ha un valore tutt’altro che estetico" esordisce il quarantunenne sindaco… "E’ stato il segnale di riscossa di una città che, dopo cinquant’anni di collettivismo, si era ubriacata di individualismo e aveva mollato i freni: le facciate, deformate da chi trasformava la casa in magazzino o in negozio, da chi aggiungeva una loggia o chiudeva un balcone, erano come bombardate. In questa anarchia, solo i colori potevano fare da collante. Un arcobaleno che ha ridato dignità ai palazzi. Psicoterapia sociale, se vuole: con la dignità, sono tornati anche il senso di responsabilità e l’ottimismo"…
Rimosso l’ingobrante passato ("Abbiamo spazzato via 500 case abusive e 123mila tonnellate di rifiuti" ricorda il sindaco), Tirana pensa al futuro: rimette in sesto i palazzi in stile Littorio ma sogna uno skyline tutto nuovo, modello Shanghai…
(Ermanno Lucchini sul supplemento Io donna del Corriere della sera 8/10/2005)
* * * * * * *
Laurentino 38 non è una Banlieue, ma avrebbe potuto esserlo. A cominciare dall’ispirazione architettonica. In Francia comincia negli anni ’60, in Italia dieci anni dopo, ma il "sogno" è lo stesso: costruire unità abitative autonome, un po’ socialismo reale. La microcittà perfetta e perfettamente organizzata che si accomoda placidamente ai margini della megalopoli. Ma Laurentino, che sorge a sud di Roma, assomiglia alle banlieue parigine anche per un altro motivo: nasce alla fine degli anni ’70 per ospitare i baraccati, cioè i lavoratori – molto spesso "immigrati" meridionali – che avevano lasciato le campagne per raggiungere la città.
…La "visione" del grande architetto Pietro Barucci non resse all’esistente. Lui aveva immaginato un quartiere a due strati. Uno sotto per le automobili e uno sopra, interamente pedonale, caratterizzato da undici ponti. Queste passerelle dovevano essere il cuore del quartiere, scintillanti di negozi e servizi. Ma il progetto non funzionò. Non arrivarono i negozi, i pochi che aprirono chiusero presto. E non arrivarono nemmeno i servizi… Ma chi abita in questi spazi? Italiani e immigrati, soprattutto marocchini…27 mila abitanti, dove ci sono due farmacie, non c’è una banca, non c’è un ufficio postale, non ci sono autobus notturni…
(Cinzia Gubbini sul Manifesto del 10/11/2005)
* * * * * * *
Come fa una città a diventare creativa? Semplice: lo decide. La ricerca su città e creatività è stata commissionata dall’Ance (Associazione nazionale costruttori edili) al gruppo di consulenza Ambrosetti e sarà discussa in un convegno alla Triennale milanese…
…Austin (Texas, ndr), uno dei luoghi col più alto tasso di creatività nel mondo. Il segreto? Sta nelle "tre T": talento, tecnologia, tolleranza. Perché la città dei creativi è anche aperta e multietnica. Una vera città "globale".
Shanghai, Austin e Dublino sono tra i modelli da seguire. A Londra è attivo un comitato che ha lo scopo di migliorare la qualità della vita con continue innovazioni…la gente preferisce abitare nei luoghi densi di stimoli, ricchi di servizi e infrastrutture, dotati di architetture simboliche e affascinanti, aperti alle nuove idee.
…Ormai il 50 per cento della popolazione mondiale vive in città…la città è da sempre sinonimo di "civiltà"…Se la concezione usuale di "creatività" si riferisce a professioni che hanno a che vedere con l’arte e con l’estro, quando ci si confronta con le sfide globali si scopre che creatività significa capacità di risolvere problemi complessi…
(Leonardo Servadio su Avvenire del 6/7/2005)
* * * * * * *
…E’ così che da circa cinquant’anni, con precisione assoluta, Hong Kong – prima inglese, oggi cinese – affronta e risolve il proprio problema abitativo. Le torri di appartamenti sono il suo genius loci e la sua griffe architettonica…la variante più estrema – quella tutta verticale – della metropoli asiatica. Che a sua volta è diventata, come ha confermato una recente ricerca dell’Urban Land institute, il parametro del futuro…
Forse la sola città al mondo senza suburbi fatti di villette, giardinetti e garage. Per questo è assolutamente ecologica: altissima densità di abitanti (6250 per kmq, 80% di aree verdi), uso ristretto dell’automobile, efficientissimo trasporto pubblico.
…In Europa e in America vige ancora l’idea ottocentesca che sovraffollamento e criminalità siano tra loro collegati, e che la qualità della vita derivi dalla quantità di spazio. Di conseguenza, pensiamo che l’alta densità sia indice di basa qualità. Ma Hong Kong è una delle città al mondo col più basso tasso di criminalità, e la densità sembrerebbe connaturata alla sua immagine e al suo stile di vita…
(S. Brandolini su D-La Repubblica delle Donne di Repubblica del 15/10/2005)
* * * * * * *
Mario Botta: "Le nostre città? Meno avveniristiche e più abitabili". All’architetto ticinese assegnato il premio "Grinzane Cavour – Alba Pompeia" per il suo impegno per il territorio.
"Se quando costruiamo raggiungiamo la bellezza, abbiamo già risolto tutti i problemi. Il fatto è che spesso gli architetti sembrano non conoscere le esigenze delle persone…
Un concetto fondamentale per chi progetta è quello della permanenza. Gli edifici non si possono spostare…un edificio va pensato nel luogo preciso dove dovrà sorgere, in relazione allo spazio geografico, alla luce, al contesto storico, umano, sociale. Questo perché l’architettura trasforma una condizione di natura in una condizione di cultura, portando a un nuovo equilibrio reciproco i due elementi. Perciò l’architetto deve interpretare il luogo, e dunque la sua sensibilità culturale è quasi più importante delle competenze tecniche…"
(Dall’intervista di Roberto Carnero sull’Unità del 9/10/2005)
MC
A ispirare tanta furia distruttiva era il desiderio dei tedeschi di recidere il legame con il passato nazista. Tutti gli stili tradizionali, "contaminati", dovevano sparire per lasciare il posto al modernismo internazionale, che appariva politicamente corretto perché era nato negli Stati Uniti…
(Alexandra Richie, "Berlino – storia di una metropoli")
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Certo, la periferia somiglia ancora a Calcutta. Ma in centro è tutto un altro film. Palazzi zebrati, casermoni rosa e viola, baracche sbancate per recuperare la passeggiata lungo il fiume. Per il giovane sindaco, il nuovo look della capitale albanese è un segnale di riscossa. A tinte forti.
Come si diventa il "Miglior sindaco al mondo"? La ricetta di Edi Rama, detentore del titolo (assegnato annualmente con una votazione on line) e vulcanico primo cittadino di Tirana, è semplice: date un po’ di colore al grigiore quotidiano e anche l’umore dei vostri concittadini cambierà. In pratica: vernici e pennello in mano agli studenti delle scuole d’arte, e i grigi casermoni d’epoca comunista che erano l’orrendo biglietto da visita della capitale albanese si sono trasformati in tavolozze naïf dai colori sgargianti. Con quattro soldi, la città ha cambiato faccia…Il prestigioso Art in America le ha addirittura dedicato la copertina, il governatore della Puglia in una recente intervista a Io donna ne ha elogiato la rinascita e architetti di grido le stanno disegnando uno skyline ipermoderno. Solo un furbo maquillage?…
"L’operazione dei colori ha un valore tutt’altro che estetico" esordisce il quarantunenne sindaco… "E’ stato il segnale di riscossa di una città che, dopo cinquant’anni di collettivismo, si era ubriacata di individualismo e aveva mollato i freni: le facciate, deformate da chi trasformava la casa in magazzino o in negozio, da chi aggiungeva una loggia o chiudeva un balcone, erano come bombardate. In questa anarchia, solo i colori potevano fare da collante. Un arcobaleno che ha ridato dignità ai palazzi. Psicoterapia sociale, se vuole: con la dignità, sono tornati anche il senso di responsabilità e l’ottimismo"…
Rimosso l’ingobrante passato ("Abbiamo spazzato via 500 case abusive e 123mila tonnellate di rifiuti" ricorda il sindaco), Tirana pensa al futuro: rimette in sesto i palazzi in stile Littorio ma sogna uno skyline tutto nuovo, modello Shanghai…
(Ermanno Lucchini sul supplemento Io donna del Corriere della sera 8/10/2005)
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Laurentino 38 non è una Banlieue, ma avrebbe potuto esserlo. A cominciare dall’ispirazione architettonica. In Francia comincia negli anni ’60, in Italia dieci anni dopo, ma il "sogno" è lo stesso: costruire unità abitative autonome, un po’ socialismo reale. La microcittà perfetta e perfettamente organizzata che si accomoda placidamente ai margini della megalopoli. Ma Laurentino, che sorge a sud di Roma, assomiglia alle banlieue parigine anche per un altro motivo: nasce alla fine degli anni ’70 per ospitare i baraccati, cioè i lavoratori – molto spesso "immigrati" meridionali – che avevano lasciato le campagne per raggiungere la città.
…La "visione" del grande architetto Pietro Barucci non resse all’esistente. Lui aveva immaginato un quartiere a due strati. Uno sotto per le automobili e uno sopra, interamente pedonale, caratterizzato da undici ponti. Queste passerelle dovevano essere il cuore del quartiere, scintillanti di negozi e servizi. Ma il progetto non funzionò. Non arrivarono i negozi, i pochi che aprirono chiusero presto. E non arrivarono nemmeno i servizi… Ma chi abita in questi spazi? Italiani e immigrati, soprattutto marocchini…27 mila abitanti, dove ci sono due farmacie, non c’è una banca, non c’è un ufficio postale, non ci sono autobus notturni…
(Cinzia Gubbini sul Manifesto del 10/11/2005)
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Come fa una città a diventare creativa? Semplice: lo decide. La ricerca su città e creatività è stata commissionata dall’Ance (Associazione nazionale costruttori edili) al gruppo di consulenza Ambrosetti e sarà discussa in un convegno alla Triennale milanese…
…Austin (Texas, ndr), uno dei luoghi col più alto tasso di creatività nel mondo. Il segreto? Sta nelle "tre T": talento, tecnologia, tolleranza. Perché la città dei creativi è anche aperta e multietnica. Una vera città "globale".
Shanghai, Austin e Dublino sono tra i modelli da seguire. A Londra è attivo un comitato che ha lo scopo di migliorare la qualità della vita con continue innovazioni…la gente preferisce abitare nei luoghi densi di stimoli, ricchi di servizi e infrastrutture, dotati di architetture simboliche e affascinanti, aperti alle nuove idee.
…Ormai il 50 per cento della popolazione mondiale vive in città…la città è da sempre sinonimo di "civiltà"…Se la concezione usuale di "creatività" si riferisce a professioni che hanno a che vedere con l’arte e con l’estro, quando ci si confronta con le sfide globali si scopre che creatività significa capacità di risolvere problemi complessi…
(Leonardo Servadio su Avvenire del 6/7/2005)
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…E’ così che da circa cinquant’anni, con precisione assoluta, Hong Kong – prima inglese, oggi cinese – affronta e risolve il proprio problema abitativo. Le torri di appartamenti sono il suo genius loci e la sua griffe architettonica…la variante più estrema – quella tutta verticale – della metropoli asiatica. Che a sua volta è diventata, come ha confermato una recente ricerca dell’Urban Land institute, il parametro del futuro…
Forse la sola città al mondo senza suburbi fatti di villette, giardinetti e garage. Per questo è assolutamente ecologica: altissima densità di abitanti (6250 per kmq, 80% di aree verdi), uso ristretto dell’automobile, efficientissimo trasporto pubblico.
…In Europa e in America vige ancora l’idea ottocentesca che sovraffollamento e criminalità siano tra loro collegati, e che la qualità della vita derivi dalla quantità di spazio. Di conseguenza, pensiamo che l’alta densità sia indice di basa qualità. Ma Hong Kong è una delle città al mondo col più basso tasso di criminalità, e la densità sembrerebbe connaturata alla sua immagine e al suo stile di vita…
(S. Brandolini su D-La Repubblica delle Donne di Repubblica del 15/10/2005)
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Mario Botta: "Le nostre città? Meno avveniristiche e più abitabili". All’architetto ticinese assegnato il premio "Grinzane Cavour – Alba Pompeia" per il suo impegno per il territorio.
"Se quando costruiamo raggiungiamo la bellezza, abbiamo già risolto tutti i problemi. Il fatto è che spesso gli architetti sembrano non conoscere le esigenze delle persone…
Un concetto fondamentale per chi progetta è quello della permanenza. Gli edifici non si possono spostare…un edificio va pensato nel luogo preciso dove dovrà sorgere, in relazione allo spazio geografico, alla luce, al contesto storico, umano, sociale. Questo perché l’architettura trasforma una condizione di natura in una condizione di cultura, portando a un nuovo equilibrio reciproco i due elementi. Perciò l’architetto deve interpretare il luogo, e dunque la sua sensibilità culturale è quasi più importante delle competenze tecniche…"
(Dall’intervista di Roberto Carnero sull’Unità del 9/10/2005)
MC
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