Ogni anno di istruzione ricevuta dalla madre corrisponde per i figli a un abbassamento del tasso di mortalità fra il 5 e il 10 per cento nei primi cinque anni di vita.
Ogni triennio di istruzione scolastica corrisponde a un figlio in meno per donna.
Un’esposizione delle donne al parto sopra i 18 anni e un minore numero di figli porterebbe i paesi in via di sviluppo a ridurre del 14% il tasso di povertà in 15 anni.
La mancanza di accesso alle politiche di contraccezione provoca ogni anno 76 milioni di gravidanze non desiderate e porta a 19 milioni di aborti.
(Dal Rapporto 2005 dell’Unpfa, il fondo ONU per la popolazione, su La Repubblica del 13/10/2005).
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Per anni è stato il modello da seguire. Si parlava di Aids, si parlava di Africa, di una situazione apparentemente senza speranza, ed ecco che spuntava quella piccola nota positiva, una luce in fondo al tunnel: 'Però c’è l’Uganda…'. Un punto nelle cartine dell’Africa occidentale, stretto fra i giganti Congo e Kenya, che si è guadagnato la notorietà e la stima internazionale proprio spezzando – caso unico nell’area – la spirale di morte dell’Aids: nel 2003 la percentuale di sieropositivi sul totale della popolazione era scesa al minimo storico, il 6 per cento, contro il 16 degli anni Ottanta.
I reportage della stampa internazionale raccontavano dell’uomo che aveva guidato l’Uganda verso questo traguardo, il presidente Yoweri Museveni, e della sua energica moglie, Janet, alla testa dell’ufficio governativo per la lotta al virus. E riconoscevano alla strategia denominata 'Abc', messa a punto dalla coppia presidenziale, il merito dei successi del Paese: Abstinence, Be faithful, Condom, recitavano, infatti, i manifesti nelle strade di Kampala. Siate casti, fedeli e usate il preservativo…
Oggi l’incantesimo si è spezzato…il presidente e sua moglie si sono trasformati, secondo le accuse delle Ong e delle Nazioni Unite, nei principali responsabili della crisi del programma anti-Aids e dell’aumento registrato nei primi mesi dell’anno del numero dei sieropositivi…
A entrare in crisi, nella famosa strategia 'Abc', è stata la terza gamba, la 'c' che sta per condom. In realtà, non è mai stato un mistero che Museveni e signora, legati ai gruppi più conservatori dei cristiani evangelici, non stravedessero per i profilattici. Ma nell’ultimo anno l’avversione è diventata guerra aperta…Solo l’intervento delle Nazioni Unite ha impedito che i preservativi gratuiti scomparissero del tutto in Uganda: attualmente venti milioni dei pezzi sono in distribuzione attraverso le agenzie Onu…
E i milioni di dollari inviati da Washington a Kampala proprio per la lotta all’Aids sarebbero la causa prima della guerra ai preservativi.
I protocolli americani, infatti, prevedono che buona parte dei finanziamenti debba essere investito in programmi di prevenzione basati sull’astinenza…
(Francesca Caferri sul Venerdì di Repubblica del 30/9/2005)
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Le sette fondamentaliste americane alla conquista dell’Uganda.
Il messaggio dei 'rinati' è drastico e ingannevole: 'contro l’Aids solo astinenza, il condom non serve'…E rischiano di rovinare l’unico paese africano dove l’Aids era in regresso.
…Da qualche mese, la moglie del presidente ugandese – insieme ad alcuni altri gruppi legati ai fondamentalisti cristiani d’Oltreoceano – sta portando avanti una campagna aggressiva per promuovere 'l’attesa fino al matrimonio'. Un’operazione di marketing sociale finanziata in gran parte con soldi pubblici statunitensi…
Oltre alle campagne condotte nelle scuole dal Family Life Network, a colpi di disegni e di false informazioni, la crociata contro il condom si dispiega in Uganda in una serie di altre iniziative. Dopo varie esternazioni anti-profilattici, il governo ugandese ha nell’ottobre 2004 ritirato l’intero stock della principale marca di preservativi disponibili nel paese, l’Engabu (scudo). Il pretesto era che alcuni consumatori avevano avvertito un cattivo odore proveniente dal lattice.
…Una politica i cui obiettivi sono poi stati spiegati in modo esplicito dal ministro per la salute Alex Kamugisha, che ha dichiarato al Monitor (uno dei due principali giornali ugandesi): 'Vogliamo lentamente abbandonare i condom…'
(Stefano Liberti sul Manifesto del 6/7/2005)
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…da mesi gli uffici studi dell’Onu dicono senza mezzi termini che di questo passo l’obiettivo di dimezzare il numero di persone che vivono in povertà entro il 2015…non sarà raggiunto. Chi di certo non resterà sorpreso è un signore dalla carnagione olivastra e dal viso tondo: C.K. Prahalad. Da anni questo economista indiano trapiantato negli Stati Uniti – insegna Affari internazionali alla University of Michigan Business school – invita l’Onu a fare marcia indietro: smettere di trattare i poveri da poveri e di riempirli di aiuti, è la sua idea. Cominciare a trattarli da consumatori, solo con meno soldi degli altri, la sua proposta.
In pochi mesi il punto di vista di Prahalad è diventato 'la' possibile alternativa ai fallimenti dei programmi di sviluppo degli ultimi anni: l’Economist ha definito il suo The Fortune at the Bottom of the Pyramid 'il miglior libro sul capitalismo e i poveri dai tempi del Mistero del capitale di Hernando de Soto', l’economista peruviano che per primo ha parlato dei meno abbienti come di potenziali ricchi. Il professore è stato chiamato a parlare al World Business Forum, meeting delle più innovative menti del mondo degli affari Usa; Bill Gates ha definito il suo libro un 'intrigante piano per sconfiggere la povertà facendo profitti'…
La sua ricetta è semplice: a fronte della feroce concorrenza fra le imprese per conquistare 'la cima della piramide'…esiste un’intera quota di mercato che è ancora vergine, terra di conquista che aspetta qualcuno che la scopra. La 'base della piramide', appunto, i quattro miliardi di esseri umani che vivono con meno di due dollari al giorno…Un mondo fatto di persone con limitate capacità di spesa, ma le cui necessità non sono ancora state soddisfatte: le società che ci riusciranno, argomenta l’economista, si troveranno di fronte un mercato potenzialmente illimitato. Per conquistarlo occorrono beni di prima necessità, messi in vendita a prezzi accessibili e sostenuti da una catena di distribuzione in grado di raggiungere anche zone difficili, come le baraccopoli o i villaggi di campagna…
E poi ci sono i protagonisti della 'rivoluzione monodose', come la chiama Prahalad: le ditte piccole e grandi che hanno messo a punto prodotti copia di quelli normali ma da usare una sola volta. Le loro micro-confezioni hanno conquistato uno dei mercati più vasti del 'fondo della piramide', l’India. Shampoo monodose, piccoli saponi, detersivi in microbottiglie, biscotti da pochi centesimi a confezione, succhi di frutta mignon da qualche anno sono parte fissa del paesaggio indiano, da Sud a Nord: una donna dal reddito limitato, che non può permettersi di comprare un’intera bottiglia di shampoo, può a volte, alla fine di una giornata di lavoro, acquistarne una quantità limitata…La ditta produttrice non guadagnerà molto dalla singola confezione, ma sommando i centesimi di quella vendita alle migliaia di altre il margine si farà sostanzioso, ragiona Prahalad. E non deve allontanarsi troppo dal vero se negli ultimi anni due giganti mondiali come Unilever e Procter & Gamble si sono gettati nel mercato dei prodotti monodose per i mercati dei paesi in via di sviluppo.
… 'Si tratta di dare ai poveri la possibilità di scegliere' scrive 'di non dipendere solamente da quello che trovano nei villaggi. L’economia di mercato finora non è esistita per chi sta alla base della piramide: se arriverà in una certa misura potrà portare enormi cambiamenti…'
(Francesca Caferri sul Venerdì di Repubblica del 26/8/2005)
…la tendenza riconosciuta è verso una costante diminuzione degli incidenti aerei. Negli ultimi cinque anni essi sono infatti diminuiti, a livello mondiale, del 50% rispetto ai cinque anni precedenti (e in questi ultimi anni vanno inseriti anche gli incidenti del terrorismo). Ovviamente tutto questo suona strano quando, in poco più di un mese, succedono quattro o cinque incidenti. Per questo vale infatti la pena esaminare più attentamente le statistiche. Queste ci dicono che il rischio di morire prendendo un volo aereo è di 1 probabilità su 13 milioni. Il problema è che questa statistica riguarda i voli aerei interni nei paesi sviluppati, nel Primo Mondo. Se si passa ai voli internazionali, sempre tra paesi del primo mondo, la percentuale di rischio, sempre bassissima, raddoppia, 1 probabilità su 6 milioni. Se poi si esaminano i voli tra paesi sviluppati e paesi del Terzo Mondo oppure i voli interni dei paesi sottosviluppati, il dato sulle probabilità di essere coinvolti in un incidente aereo mortale cambia radicalmente e diventa 12 volte più alto rispetto a quello dei voli internazionali e 20 volte più alto rispetto ai voli interni negli stessi paesi: 1 probabilità su 500 mila.
Anche a livello di sicurezza il divario tra aree ricche del mondo ed aree povere è notevolissimo e, si presume, in crescita. E non è un caso che la quasi totalità delle compagnie aeree inserite nelle varie 'black list' create dalle autorità di controllo appartengono all’area del sottosviluppo…
Ma non è detto che il problema non possa riguardare in un prossimo futuro anche le linee aeree della nostra parte del mondo. Le grandi compagnie aeree sono in una situazione finanziaria delicatissima…E se è vero che non si può assolutamente fare un’equazione difficoltà finanziarie-tagli alla sicurezza (i tagli sono di solito fatti sul personale e sui servizi accessori, come la qualità dei pasti), ci sono alcuni segnali inquietanti. Come quello denunciato un paio di anni fa dagli addetti alla manutenzione della United Airlines. La pratica dell’ outsourcing nel campo della manutenzione avrebbe portato a riparazioni affrettate e superficiali, a verbali di riparazione firmati dalle segretarie, a pressioni sui meccanici per 'dimenticare' ispezioni che potevano mettere in luce guai seri. E al licenziamento di Mark Sassman, il meccanico che aveva denunciato tutto questo.
(A.R. sul Manifesto del 25/8/2005
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