sabato 10 ottobre 2009

Fabbrica

Francesco Novara nasce a Torino nel 1923. Subito dopo la guerra si laurea in medicina con specializzazione in psicologia all’università di Torino e comincia ad operare come psicologo nei centri di medicina del lavoro. Nel 1955 inizia a collaborare con l’Olivetti, dove alcuni anni prima Cesare Musatti aveva fondato il centro di psicologia…Un’esperienza sviluppatasi al fianco di colleghi e intellettuali eccellenti (Cesare Musatti e Paolo Volponi fra tutti) continuamente stimolati da quell’uomo e imprenditore unico nel panorama italiano che fu Adriano Olivetti.…L’abbiamo incontrato all’Università di Urbino durante un suo seminario per il Master "Lavorare nel non profit"…

…Cosa caratterizzava quel modello produttivo definito "capitalismo umanitario"?
Ciò che caratterizzava quella che fu un’utopia realizzata consiste nell’unico modo non distruttivo in cui si possa concepire l’impresa: l’impresa al servizio della società e della comunità, a partire da quella in cui opera…Adriano Olivetti concepiva l’impresa come sistema aperto al suo ambiente. Anche fisicamente: a chi trascorreva in fabbrica la lunga giornata di lavoro le vaste pareti di vetro consentivano la visibilità vivificante del paesaggio. Si accordavano funzionalità ed estetica, efficienza e utile sociale…alla città-fabbrica vallettiana, dove l’interesse del capitale faceva premio su tutto e ovviamente l’uomo non era fine ma mezzo, Adriano opponeva l’azienda "a misura d’uomo" nella quale- sono parole sue – "la fabbrica è per l’uomo, non l’uomo per la fabbrica". Nel dopoguerra, Olivetti editore aveva aperto all’Italia gli orizzonti delle scienze sociali (che erano rimaste estranee alla dominante cultura idealistica e positivistica) e le aveva messe in rapporto con la tecnica e l’organizzazione. Inoltre, con architetti e urbanisti aveva elaborato piani regolatori e affrontati i problemi di uno "sviluppo urbano umano".

…i lavoratori non erano trattati come numeri anonimi di una massa indifferenziata, ma seguiti individualmente – rispettando la loro dignità di persone – nell’itinerario lavorativo. I servizi del personale Olivetti furono gli unici – si può asserirlo con certezza – che svolsero il compito di interessarsi assiduamente alle condizioni e ai percorsi dei singoli lavoratori. Si investiva molto nella formazione per consentire la più ampia mobilità professionale, per ridurre le differenze di origine sociale, per realizzare un’omogeneità culturale. Tutti i capisquadra e molti dei capi reparto erano stati prima operai. La selezione dei laureati cercava…persone con spirito libero e critico (qualunque fosse l’orientamento politico), ampiezza d’interessi, sensibilità sociale: immuni quindi da conformismo, opportunismo, carrierismo individualistico. Le trasformazioni dell’organizzazione del lavoro, conferendo agli operai la conoscenza della tecnologia di base e l’esperienza delle fasi del ciclo di lavorazione, consentivano di veder il prodotto finito e quindi di svolgere un lavoro a senso compiuto. Si controllava non solo la qualità dei prodotti ma quella della vita lavorativa, che della prima era condizione…

(Jacopo Emiliano Cherchi su Il Manifesto del 15/1/2005)


Con i nuovi assetti societari orientati alla costruzione dell’impresa globale, si compie una lunga parabola del gruppo Marzotto, che giunge al punto esattamente opposto dal quale era partito. Dalla territorialità come componente organica della produzione alla deterritorializzazione, dall’impresa produttiva che ingloba nella sua logica anche la vita dei dipendenti, alla finanza del manager che rifiuta ogni responsabilità sociale. Il percorso ha inizio nel 1836, quando a Valdagno, piccolo borgo veneto sotto la dominazione degli Asburgo, nasce il Lanificio Luigi Marzotto e figli. Il primo passaggio cruciale si compie un secolo dopo, negli anni 20-30 del Novecento, quando Gaetano Marzotto, in concomitanza con una pesante ristrutturazione, dà vita alla "Città sociale", o "Valdagno nuova", o "Città dell’Armonia". Un modello produttivo-sociale-urbanistico dettato dal capitalista padre-padrone, dentro il quale l’operaio e la sua famiglia devono compiere il ciclo intero della vita. Una modalità sociale della cancellazione del conflitto e della dominazione del capitale. Fino al ’68, quando l’abbattimento della statua del conte Gaetano da parte degli operai simboleggia il recupero della dignità e dell’autonomia del lavoro. Poi, con l’avvento di Pietro, la fase dell’internazionalizzazione e delle acquisizioni…Quindi ristrutturazioni e delocalizzazioni…Se la "missione" è "creare valore per gli azionisti", i lavoratori e il territorio non contano, sono solo un fardello. E se l’Italia pesa sempre meno nel fatturato del gruppo, Valdagno è ormai è solo un punto nella mappa del mondo Marzotto…
(a cura dell’associazione "articolouno" sul Manifesto del 3/6/2005)

* * * * * * *

"Il Veneto ricco e prospero – mi dice Luciano Righi, studioso del territorio, che è stato parlamentare Dc e assessore al lavoro della regione – nasce da chi si è messo in proprio lavorando duramente…Eravamo una regione povera, con altissimi tassi di emigrazione, e siamo diventati ricchi"… Qui alcune grandi imprese, come la vecchia Pellizzari e anche la Marzotto, hanno fatto da incubatrici di competenze e cultura industriale…Il problema è l’assenza di una politica per la piccola impresa, capace di indirizzarne la crescita e lo spontaneismo vorace, come risultante del culto del fai da te e dell’antistatalismo sfrenato della Lega.
Assente una politica per la difesa del territorio e la tutela dell’ambiente, con effetti devastanti sul traffico e il movimento delle merci, e con elevatissimi costi economici e sociali: Vicenza nel mese di marzo aveva battuto tutti i record nazionali d’inquinamento. Assente una politica per la formazione e la ricerca. Si sa che il livello di scolarizzazione nel Veneto è basso, forse non si sa che la spesa regionale per la ricerca è vicina allo zero: 0,6% sul Pil, molto al di sotto della già evanescente spesa nazionale.
…Per dirla in breve, al di là dell’immagine accreditata dai media, questo è un modello culturalmente arretrato e non innovativo. E ciò spiega la vastità e la profondità della crisi…Nel momento in cui si aprono i mercati il Nord Est, avendo puntato tutto sulla compressione del fattore lavoro, si trova spiazzato e fuori schema. Non è in grado di competere nell’high tech con le aree più avanzate d’Europa, ma non può neanche sostenere l’urto di Cina e India sul terreno del costo del lavoro. E allora si va all’estero, a Timisoara o a Samorin: una fuga, un ripiegamento verso l’arretratezza…Pensieri vecchi, e vecchie strade…
(Paolo Ciofi sul Manifesto del 3/6/2005)

* * * * * * *

…La dinamica della crisi Fiat, o meglio la sua gestione da parte della Gm ha molte assonanze con altre vicende. Penso a come la multinazionale Usa ha lasciato logorare la sudcoreana Daewoo, fino all’esplosione per poi scegliersi solo i bocconi a cui era interessata e buttare il resto nella pattumiera…
…è necessario un intervento pubblico, non nella direzione già vista, in cui lo stato si fa carico dei debiti della Fiat: i debiti se li deve accollare il Lingotto, perché la Fiat non è solo auto. Penso anche a un ingresso nella proprietà, finalizzato a un nuovo vero piano industriale…
(Gianni Rinaldini, segretario Fiom, su Il Manifesto del 3/2/2005)
* * * * * * *
Certe volte vorresti che la storia non ti desse davvero ragione…La storia invece è cinica e con il lungo elenco di dipendenti morti per i fumi respirati nella Goodyear di Latina ha dato ragione ad Agostino Campagna, che oggi più di tutti si batte perché il tribunale riconosca le responsabilità dei dirigenti che hanno gestito e chiuso l’azienda. Fino ad ora le persone coinvolte sono 62, 43 i morti e 19 i malati…
Il posto dell’anima è la storia spiccicata della chiusura e delle morti alla Goodyear, solo trasferita nel paesino abruzzese di San Sebastiano, dove l’operaio Agostino e il regista Milani si sono conosciuti…Racconta di una fabbrica che avvelena i suoi operai per anni e alla fine chiude per spostare la produzione all’estero e di dipendenti che la contestano ma le sono affezionati, che come Campagna la chiamano "mamma Goodyear" e inseguono in America gli ex dirigenti – diventati per metà irreperibili, alla faccia dell’aplomb da industriali moderni – per inchiodarli alle proprie responsabilità.
"L’industria della gomma è compresa…tra le lavorazioni cancerogene sin dal 1982", si legge nella relazione consegnata al giudice dai periti. Dai primi anni ’80, dunque, i dirigenti della Goodyear avrebbero dovuto fare qualcosa per limitare i rischi a cui esponevano i propri dipendenti. E invece fino alla chiusura controlli e interventi sono stati scientificamente evitati. Tanto che ora i presidenti e direttori di produzione che si sono avvicendati dal 1974 al 2001 sono tutti accusati di omicidio colposo e lesioni gravi e gravissime…
Il processo contro i dirigenti della Goodyear doveva iniziare lo scorso 26 gennaio, poi con lo sciopero dei penalisti è stato tutto rimandato a maggio.
(Sara Menafra su Il Manifesto del 3/2/2005)

* * * * * * *

L’America latina sta tornando ad essere un laboratorio sociale…il collasso dell’economia argentina e la conseguente esplosione sociale del dicembre 2001 sono stati elementi fondamentali. L’Argentina dei miracoli, allievo prediletto del Fmi, crollava portando la sua popolazione alla miseria. Il modello economico neoliberista, iniziato con Videla nel 1976 e continuato con i successivi governi democratici, era fallito in modo catastrofico…
Già nel 2000 il fallimento di alcune fabbriche si trasformò in occasione di lotta. Gli operai, disperati, non erano più disposti a entrare nella massa anonima dei disoccupati e alcuni cominciarono ad occupare le industrie dismesse. La prima fabbrica recuperata fu la Gipmetal di Avellaneda e in questa esperienza nacque il Movimiento Nacional de Fabricas Recuperadas (Mnfrt). Lo stabilimento, chiuso per fallimento, è stato occupato da 54 operai che hanno formato una cooperativa. Si producevano tubi di rame e di latta. Oggi la fabbrica espropriata lavora a buon ritmo, ha assunto altri 30 operai e gli stipendi sono aumentati.
Il 18 dicembre del 2001, un giorno prima che in Argentina scoppiasse la sollevazione popolare che ha riempito le piazze, distrutto le banche, occupato il Congresso e cacciato via il presidente Fernando de la Rua, gli operai della Brukman hanno occupato la loro fabbrica. Oggi questa industria tessile recuperata e in mano agli operai, resta l’emblema della lotta operaia. Dopo il 2002, l’occupazione delle fabbriche si diffuse in tutto il paese…
L’esperienza del Mnfrt è riuscita a strappare alcune importanti modifiche legislative, non ultima la riforma della legge che regola il fallimento. Ora non è più necessario occupare. La legge considera che il fallimento riguarda l’amministrazione dell’azienda mentre la fabbrica è un bene sociale e gli operai, se sono in grado di organizzarsi, possono proporre al magistrato di continuare con la produzione. Le macchine sono espropriate dall’autorità governativa e affidate a cooperative per proseguire l’attività.
Oggi, le fabbriche che formano il Movimento sono diventate 80, di cui 65 sono produttive…
(Claudio Tognonato su Il Manifesto dell’1/2/2005)
MC

Nessun commento: